“Balcanica”, il dramma dei migranti sulla rotta della libertà

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“Balcanica”, il dramma dei migranti sulla rotta della libertà
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Un padre e un figlio afghani attraversano il confine europeo inseguendo un futuro possibile. Il film di Nicola Sorcinelli con Matilda De Angelis racconta il do…

pensava alla nonna con cui è cresciuto. Alle storie che gli raccontava, sugli anni ’40 e la sua lotta per la libertà.

Eppure, questo film che è un gioiello di rarefatta intensità,e del premio internazionaleCarlo Lizzani, parla dell’Italia oggi, dei suoi nodi e dei suoi dilemmi. Ha dentro, seppure la storia riguardi tutt’altro, l’inchiesta contro i medici che si sono rifiutati di spedire migranti nei cpr, le quote razziste nelle scuole istituite per decreto, il rifiuto dell’altro, la negazione della sua individualità e del suo essere una persona – non un numero, un gruppo etnico, un colore – fatti passare per ordinaria amministrazione.

E in fondo, per buon senso. Ci sono qui due musicisti, un padre e un figlio, che in un altro spazio e in un altro tempo avrebbero potuto essere Enea ed Anchise. Il giovane che sorregge il vecchio, che prova – nonostante tutto – a portarlo con sé. Arrivano dall’Afghanistan, ma in Afghanistan – dove la musica è stata vietata dai talebani – quel che fanno, quel che sono, non ha più senso.

E allora partono con la speranza testarda di arrivare, attraversano quel limbo livido e atroce che sono i boschi della Serbia, quella rotta balcanica dove per lo più trovi qualcuno che ti riempie di botte e ti lascia a terra esanime. E qualcun altro che promette di salvarti, solo se accetti di tornare indietro. Riflette, la regia di Sorcinelli, sulla coscienza di chi cura senza poter fare di più.

Sentendo l’impotenza delle proprie garze, del proprio disinfettante, del proprio agire davanti a un sogno che è decisamente più grande di un regolamento europeo: essere liberi di andare. Essere liberi di raggiungere una moglie e una figlia arrivate sane e salve in Irlanda, dopo aver speso – perché potessero riuscirci – tutto quel che hai.

“Quante volte hai tentato di attraversare? ”, chiede il protagonista di questa storia, Jalil, un magnetico Ivar Wafae, al giovane afghano che racconta il sogno di raggiungere la sua famiglia. Lui prima si solleva la maglia, mostra la schiena nera di botte, poi dice: tre volte. E nonostante il dolore, e la fatica, e la disperazione, tenta ancora.

E ancora una volta rischia di morire. Il padre di Jalil, Nazar, interpretato da, è un maestro d’orchestra e non si vuole fermare neanche coi piedi congelati, feriti, il rischio di cancrena, la febbre, perché lui un concerto non l’ha perso mai. Perché sa che in Italia c’è un teatro ad aspettare la sua musica, la tuba del figlio, quel suono così sommesso e così potente quando esplode nel film.

Così consono a quel sentimento palpitante che è la ricerca del proprio posto nel mondo e quindi, sempre, della libertà di essere quello che sei. Il film è buio perché buia è la strada. Agli squarci di luce sono affidati i dialoghi più importanti, come quello tra il padre e il figlio quando il tempo delle bugie è finito e bisogna scegliere cos’è che ha senso: tornare indietro o rischiare tutto? Il corpo, la schiena, le braccia, le ossa.

L’altra luce è l’interpretazione rigorosa e trattenuta – quindi priva di affettazione e retorica – di che del film è anche produttrice, che ci ha creduto e lo ha voluto perché “questo è un film d’amore”, anche se non ci sono né carezze, né baci, ma due mani che alla fine si stringono. C’è un limbo al confine con l’Europa in cui chi scappa dal peggiore dei regimi si trova incastrato, intrappolato, senza scampo.

La chiamano rotta balcanica, ma non è una rotta: è un non luogo che richiama la waste land, la terra desolata di T.S. Eliot e della nostra coscienza di europei. Incapaci di vedere nei migranti di oggi non una massa informe che preme, ma individui – persone - con un marito da seppellire, una moglie da raggiungere, una figlia da consolare, una musica dentro che vuole essere suonata di nuovo e non canticchiata timidamente schernendosi dietro un sorriso.

L’unica possibilità di chi la attraversa è trovare qualcuno che somigli al soldato francese che appare nel finale de. In quel film del 1950 a fuggire nella neve erano gli italiani, minatori siciliani rimasti senza lavoro e senza futuro. Sono passati settantacinque anni. Non sarebbe così difficile serbarne memoria, a volerlo fare.

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