Il campione brasiliano racconta al Festival la scelta più difficile della sua carriera: 'Quel trofeo non mi dava nulla, contava il percorso'. Poi l’oro olimpico a Milano Cortina: 'L’impossibile diventa possibile'.
Il campione brasiliano racconta al Festival la scelta più difficile della sua carriera:"Quel trofeo non mi dava nulla, contava il percorso". Poi l’oro olimpico a Milano Cortina:"L’impossibile diventa possibile".
E su Tomba: “Mi ispira a seguire la carriera a modo mio”Si è invincibili anche - anzi, soprattutto - quando si vincono le proprie difficoltà, si fa un passo oltre, ci si rialza. Lucas Pineiro Braathen riempie la Filarmonica con la sua forza d’animo, con la sua personalità, il suo percorso, prima ancora che per il suo oro in gigante ai Giochi di Milano Cortina 2026 o per il suo essere personaggio.
Con Cristina Fantoni a guidare l’incontro, il campione brasiliano ha dato vita a un’ora profonda, dove non sono mancate le risate ma nemmeno le lacrime. Dopo un lungo percorso interiore è arrivata la decisione di tornare, ma questa volta rappresentando il Brasile. Fino a conquistare l’oro in gigante agli ultimi Giochi di Milano Cortina e la Coppa di Gigante nel 2026.
“E’ stato un sogno diventato realtà. Dopo una vita fatta inseguendo i tuoi sogni, improvvisamente trovi tutto davanti ai tuoi occhi. Sul podio mi sentivo come il Cristo Redentore di Rio. Uno di quei momenti in cui l’impossibile diventa possibile.
Ho lavorato tanto non per la medaglia, ma ciò che rappresenta quella medaglia per le persone. E’ un momento universale, che va al di là dello sci, raggiunge una comunità globale. Ho un fan club qui, meraviglioso. Se non fosse per voi, non potrei vivere per lo sport.
Sono i fan che fanno vivere lo sport”. Nella sala della Filarmonica c’è un organo, partono le note dell’inno brasiliano e Lucas prima si toglie il cappello, poi si mette la mano sul cuore e si commuove visibilmente. Così come la sua voce di rompe di fronte alla foto di Atle McGrath disteso a margine della pista di Bormio dopo essere uscito nello slalom olimpico. I due sono amicissimi, sono cresciuti insieme nella Norvegia.
“È l’altra faccia della medaglia dell’essere atleti - racconta Pinheiro -. Due giorni prima avevamo festeggiato il mio oro, poi il giorno dello slalom vedi lì il tuo amico così deluso. Gli mancava così poco per arrivare. Mi fa male guardare questa foto, ma non dimenticherò mai quel giorno.
Da atleti abbiamo il dovere di accettare vittoria e sconfitta, non c’è luce senza ombra. Gli ho detto, “devi fidarti dell’Universo. Lascia andare le cose, ci sarà un giorno di successo”. Arriva il videomessaggio di McGrath, che gli chiede di raccontare cosa combinarono a 13-14 anni a Juvass con un manicotto antincendio.
Lucas sorride e non si sottrae: “Eravamo in ritiro, 3 settimane in un posto tipo Stelvio, dove dopo 5 giorni hai fatto tutto quello che puoi fare. Così dovevamo inventarci qualcosa. Abbiamo trovato una manichetta antincendio e abbiamo pensato: “perché non la apriamo? ”.
Improvvisamente è partito un getto potentissimo, l’acqua arrivava a 100 metri, ho chiesto aiuto ma tutti sono scappati, tranne Atle. Non sapevamo cosa fare, non c’era modo di fermare l’acqua. A un certo punto è esploso qualche tubo ed è partito una sorta di geiger, alto 10 metri, solo che in mezzo all’acqua c’erano anche le acque reflue dei bagni. Vi lascio immaginare”.
Dopo un lungo percorso interiore è arrivata la decisione di tornare, ma questa volta rappresentando il Brasile. Fino a conquistare l’oro in gigante agli ultimi Giochi di Milano Cortina e la Coppa di Gigante nel 2026.
“E’ stato un sogno diventato realtà. Dopo una vita fatta inseguendo i tuoi sogni, improvvisamente trovi tutto davanti ai tuoi occhi. Sul podio mi sentivo come il Cristo Redentore di Rio. Uno di quei momenti in cui l’impossibile diventa possibile.
Ho lavorato tanto non per la medaglia, ma ciò che rappresenta quella medaglia per le persone. È un momento universale, che va al di là dello sci, raggiunge una comunità globale. Ho un fan club qui, meraviglioso. Se non fosse per voi, non potrei vivere per lo sport.
Sono i fan che fanno vivere lo sport”. Si chiude con il modo di essere di Pineiro Braathen: “Uno dei motivi per cui faccio l’atleta è perché mi permette di fare cose che in altri contesti non potrei fare. Se fai tutto ciò che gli altri si aspettano, non esplori nulla”. Le unghie dipinte sono solo una faccia di questa sua ricerca di originalità e di possibilità di fare qualcosa di diverso.
“Non è una strategia, è fare quello che sento di fare. Qualcuno può non essere d’accordo su come conduco la mia vita, ma è anche vero che non devi per forza piacere a tutti, vincere, o pensare solo allo sci. Conta essere sé stesso”. Arriva un messaggio di Pato, che lo invita a incontrarsi a Trento.
Poi le ultime considerazioni su Alberto Tomba, per molti il predecessore di Lucas nel modo di portare un mondo diverso nello sci.
“Tomba ha cambiato la nostra comunità. Io cerco di prendere il meglio da tutti e lui è stato ed è una grande ispirazione. Come Miller, come Vonn, anche lui a scosso una comunità molto tradizionalista. Mi ispira a seguire la carriera a modo mio.
Credo che sia molto difficile crescere, per questa generazione. Si è esposti a troppe cose, anche a nuove rappresentazioni del mondo. Ai ragazzi dico guardatevi dentro, sentite qual è il sole che vi riscalda, al di là di quello che gli altri si aspettano da voi o quello che rende felici gli altri. Sentite ciò che fa felici voi stessi.
Il futuro è la conseguenza dell’oggi, è oggi che si mettono le fondamenta. Più sei te stesso, più brillante sarà il futuro”. L’ultima richiesta, quello di vederlo un giorno con la tuta dell’Italia, viene gentilmente rifiutata. “Ho già dato, ragazzi…”.
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