Chi fa le newsletter inizia a essere stanco
Negli ultimi anni tanti giornalisti nel mondo hanno lasciato le proprie redazioni per dedicarsi a tempo pieno a newsletter personali, con una maggiore autonomia nell’organizzazione del tempo e nella scelta dei contenuti. Altri lavoravano già come giornalisti autonomi – i cosiddetti– e hanno trovato nelle newsletter una nuova possibilità lavorativa, in tempi di grande crisi per le aziende giornalistiche, che fanno sempre più fatica ad assumere nuove persone con contratti stabili.
Le newsletter sono state insieme ai podcast il nuovo formato di informazione di maggiore successo degli ultimi anni, e come per tutte le cose nuove è servito un po’ di tempo per comprenderne il reale impatto sul mondo dei media, al di là degli entusiasmi iniziali: la scorsa settimana per esempio Substack, il più popolare servizio per distribuire newsletter a pagamento,13 persone su 90, ridimensionando degli investimenti iniziali che probabilmente erano stati troppo ottimistici.
Allo stesso modo anche gli autori di newsletter hanno avuto bisogno di tempo per capire bene vantaggi e limiti del loro nuovo lavoro, e ultimamente sono sempre di più quelli che dichiarano di accusarne le fatiche, che si manifestano anche in modalità che non si aspettavano quando avevano iniziato. Ci sono sempre più esempi di autori che chiudono la propria newsletter o che si prendono delle pause.
Sono nati diversi servizi attraverso cui chiunque può creare in pochi minuti una newsletter e iniziare a inviarla: Substack è quello che ha avutoperché ha offerto da subito la possibilità di chiedere dei soldi ai lettori per finanziarla su base mensile o annuale.
Ma l’ansia di inviare la newsletter con cadenza regolare non esiste solo per chi ne ha fatto la propria fonte di sostentamento principale: molti sentono a prescindere una certa responsabilità verso i lettori, che spesso instaurano con l’autore un rapporto personale, gli scrivono per ringraziarlo del suo lavoro, lo seguono sui profili social privati.
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