Esiste anche il “rientro dei cervelli”
Francesca Di Sante viveva e lavorava all’estero da poco più di undici anni quando ha deciso di tornare in Italia. A Boston, poi a Londra, a Nizza, era emigrata dopo aver completato il ciclo di studi in Italia «per conoscere il mondo e sé stessa», dice. Ma anche perché, per una ventiquattrenne italiana laureata a pieni voti in finanza nel 2011, il mercato del lavoro internazionale offriva molto di più.
«Non avrei mai pensato di poter guadagnare di più rispetto agli stipendi medi europei tornando in Italia», commenta Di Sante, che oggi gode del regime agevolato.dal ministero delle Finanze, nell’anno di imposta 2019 erano oltre 13.400 le persone interessate dal regime agevolato. Nell’anno di imposta 2020 – il primo a riflettere le conseguenze della pandemia – il numero era già salito a quasi 17 mila.
«In Italia i salari non aumentano da tantissimo tempo, quindi se io sono giovane, non ho vincoli familiari, ho studiato, ho competenze elevate che vengono richieste e retribuite di più nel marcato del lavoro all’estero, mi sposto. E ho dei costi molto bassi a spostarmi, soprattutto in Europa» spiega Anna Cecilia Rosso, ricercatrice presso il Dipartimento di Economia dell’Università dell’Insubria.
Sulla retorica del rientro dei cervelli, Grasselli ha un’opinione critica. «È un male che il bilancio netto tra chi sceglie l’Italia come destinazione e chi parte sia negativo, ma è anche miope ambire solo al rientro degli italiani. È giusto che i professionisti e gli scienziati cerchino il luogo che permette loro di mettere meglio a frutto i propri talenti e corrisponda ai propri desideri.
Per Manuel, la svolta è arrivata con lo smart working, che gli permette di continuare a lavorare per un fondo d’investimento di Londra da remoto. «Essere riuscito a tornare in Italia mantenendo questo lavoro ha fatto la differenza», dice. «Mi ero spostato all’estero per le migliori opportunità di lavoro, includendo anche migliori “condizioni” di lavoro, in termini di flessibilità, apertura mentale, responsabilità, e non solo stipendio.
Per chi viene assunto come dipendente da un’azienda italiana dopo anni di esperienza in contesti lavorativi stranieri, però, la situazione è spesso meno rosea. Sofia Caccin, spinta per nostalgia a tornare nella provincia veneta, dopo dieci anni tra Australia e Regno Unito, racconta che dopo aver trovato un lavoro di responsabilità in un’azienda di import-export, ha deciso di tornare a vivere in Inghilterra.
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