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Fiera del libro e la 'patente di antifascismo': scoppia la polemica

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Fiera del libro e la 'patente di antifascismo': scoppia la polemica
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La fiera nazionale della piccola e media editoria 'Più libri più liberi' impone una dichiarazione di valori antifascisti per partecipare. La scelta solleva interrogativi sulla libertà di pensiero e sul metodo considerato censura preventiva.

Non sembra trovare pace la fiera Più libri più liberi, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria. L'evento è stato colpito da polemiche per il secondo anno consecutivo.

Due anni fa lo scandalo riguardò Leonardo Caffo, autore invitato nonostante le accuse di maltrattamenti contro l'ex compagna. L'anno scorso fu la volta di Passaggio al Bosco, casa editrice accusata di simpatie fasciste. Quest'anno la decisione più controversa: imporre a tutte le case editrici partecipanti la sottoscrizione di una dichiarazione in cinque punti che, oltre a richiedere l'adesione a varie "Dichiarazioni" universali dei Diritti Umani, esige di "riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell'ordinamento democratico della Costituzione italiana".

Sembra che questa sorta di "patente di antifascismo" sia maturata all'interno del mondo editoriale stesso, desideroso di erigere un cordone sanitario contro le pochissime case editrici non allineate al pensiero progressista largamente dominante. Il paradosso è che proprio il mondo culturale, che si dichiara animato da principi democratici e antifascisti, dovrebbe riflettere sulla contraddizione di un simile gesto di censura preventiva.

La contraddizione innanzitutto con la Costituzione: l'articolo 21 difende la libertà di manifestazione del pensiero senza alcun riferimento ai contenuti.

"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure". L'unico limite previsto è l'offesa alla sensibilità comune. Ma c'è anche una contraddizione sui metodi: come si può invocare l'antifascismo e poi adottare il metodo fascistissimo di esigere una dichiarazione di fedeltà a dei principi?

Michele Silenzi, direttore di Liberi Libri, ha definito la richiesta "un provvedimento fascista, che più fascista non si può immaginare". Si potrebbe obiettare che i principi richiesti rappresentino un minimo sindacale di civiltà, che nessuno dovrebbe infrangere. Ma l'obiezione non regge. La Costituzione fu il frutto di un compromesso fra idee diverse, e anche oggi viene interpretata in modi contrastanti.

Le Carte dei diritti sono enunciazioni astratte che ammettono interpretazioni diverse; non sono Tavole della Legge intoccabili. Ammettiamo pure che i principi siano inconfutabili e condivisi dal cento per cento della popolazione - uno scenario inquietante e orwelliano. Rimane il problema: ha senso esigere, come condizione di partecipazione, il possesso di determinati convincimenti? Non è arbitrario e profondamente intrusivo imporre atti di fede, anche laici?

I regimi totalitari imponevano giuramenti di fedeltà (fascismo), confessioni forzate (comunismo), adesioni religiose (dittature teocratiche). Non è paradossale che siano le democrazie, in nome della democrazia, a imporre la sottoscrizione di convincimenti? Personalmente, sono così diffidente verso il fascismo e i suoi metodi che non accetterei mai di firmare una dichiarazione sui miei convincimenti. Ma loro, gli antifascisti ufficiali, lo sono davvero?

Il dibattito si è acceso, con numerose voci che hanno commentato la notizia. Tra le altre notizie del giorno: l'ex cestista Riccardo Pittis si è sposato a 57 anni, Clizia è morta a 39 anni dopo un malore, una bimba dimenticata sullo scuolabus è stata ritrovata dopo quattro ore, Fedez ha acquistato una nuova casa con Giulia Honegger

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