Alle porte della Capitale fazzoletti di terra resistono all’urbanizzazione
Roma ha due fiumi. Uno lo conoscono tutti. Il fiume della storia, delle fotografie, delle cartoline. Il Tevere.
L’altro scorre quasi di nascosto. Lo attraversa in automobile, in treno, in tangenziale. Senza accorgersene. Qui sopravvive un paesaggio che sembra appartenere a un’altra Roma.
Basta scendere lungo le sue sponde per accorgersene, la città cambia improvvisamente volto. Per vederlo bisogna camminare. Esplorare le sponde di un fiume significa imparare a vedere ciò che normalmente sfugge allo sguardo. La città ci abitua agli spazi costruiti, ai monumenti, alle piazze, ai luoghi riconoscibili.
Raccontano ciò che resta ai margini, perché i luoghi sono abitati anche nei loro vuoti. Quegli spazi che sembrano inutili o abbandonati custodiscono storie, orti, sentieri, animali, rifugi improvvisati, vite che scorrono lontano dagli occhi della città. Il fiume è una soglia naturale. Non separa due sponde: divide due modi di guardare.
Dall’alto dei ponti vediamo l’acqua scorrere. Solo scendendo sull’argine ci accorgiamo di ciò che quella stessa acqua tiene insieme. Lungo il fiume succede sempre qualcosa di diverso. Quello che resta dei vecchi orti di guerra.
Filari di pomodori. Alberi di fico, viti, noccioli, canne di bambù, baracche costruite con materiali recuperati, sedie lasciate all’ombra. Sono visibili a tutti. Eppure sembrano irraggiungibili.
Ci sono cancelli chiusi, cani che ringhiano, uomini che interrompono il lavoro per scrutare chi si avvicina. Quando passo di lì mi sento sempre osservato, anche se non vedo nessuno. Poi qualcuno magicamente appare e la domanda guardinga nasce da sola, soprattutto quando vedono una macchina fotografica al collo.
«Sei del Comune? ». La diffidenza qui è un modo di abitare il paesaggio. Questi orti sono cresciuti ai margini della città ufficiale e i loro custodi hanno imparato a difenderli nell’ombra, senza farsi notare.
Ognuno conserva una storia, un pezzo di terra, una memoria familiare. Si tratta quasi sempre di qualcosa da nascondere. Per questo non si può semplicemente chiedere di entrare a vedere. Bisogna essere invitati.
Dino mi ha invitato. Dino apre un piccolo cancello di rete metallica e aspetta che lo raggiunga. La rete metallica del cancello è quella di un vecchio letto. Lo richiude alle nostre spalle senza dire una parola.
Bastano pochi passi e cambia tutto. Il rumore della città arretra. Rimane come un sottofondo lontano. Davanti c’è un viottolino nascosto fra le fronde.
Per passare bisogna mettersi di taglio, un altro lucchetto e finalmente appaiono la terra smossa dell’orto, gli alberi da frutto, l’odore dell’erba, il fiume nascosto dalla vegetazione. Dino rompe il silenzio.
«Non esiste ferroviere senza orto». Sorride. Non capisco. Ma è così che comincia questa storia.
E la storia di Dino comincia quando suo padre gli prende la mano e lo porta con sé nell’orto. Percorrevamo una strada che ora non c’è più. Al suo posto c’è la pista ciclabile. E mentre Dino racconta è facile immaginarla.
«Le case della borgata del Fosso di Sant’Agnese si appoggiavano al terrapieno della ferrovia. ) da cui usciva acqua gelida. Dopo il nasone iniziavano gli orti. Prima, però, bisognava attraversare i binari.
Avevo paura degli zingari che ogni tanto si accampavano lì. Ma ancora di più avevo paura del treno. Mio padre mi teneva stretto per mano». Nei suoi ricordi non ci sono grandi avvenimenti.
Ci sono dettagli. Il rumore dei piedi sopra i binari. La discesa verso il fiume. Le baracche lungo la riva.
Sono immagini che nessuno ha fotografato e che oggi sopravvivono soltanto nella sua memoria. Dopo il nasone cominciavano gli orti.
«Su per giù gli stessi che vediamo anche oggi». Piccoli appezzamenti ritagliati lungo il greto dell’Aniene. Uno accanto all’altro. Quasi tutti appartenevano ai ferrovieri di via di Villa Chigi.
Oggi Dino è l’unico figlio di ferroviere a continuare a coltivare il terreno dissodato dal padre. Intorno gli orti hanno cambiato proprietari, qualcuno è stato abbandonato, altri sono stati occupati, altri sono passati di mano. Lui è rimasto.
«Non esisteva ferroviere senza orto. Quando le Ferrovie assegnarono gli appartamenti, nel 1938, molti scesero fin quaggiù a dissodare un pezzo di terra. Mio padre fece come gli altri. Allora un orto non era un passatempo.
Era un modo per mettere qualcosa in più sulla tavola. All’inizio il suo era vicino ai binari. Poi lo scambiò con questo. L’orto è una delle forme attraverso cui questa città continua a raccontarsi.
Negli ultimi anni gli orti urbani sono diventati un modello da progettare: si disegnano, si finanziano, si inaugurano. Questi, invece, non sono nati da un’idea di città. Sono nati dalla necessità. Un pezzo di terra da coltivare significava integrare il salario, sfamare una famiglia, costruire una piccola economia domestica.
Quasi un secolo dopo, proprio quella necessità ha prodotto un paesaggio che nessuno aveva previsto. La biodiversità non è stata progettata. È arrivata come conseguenza della continuità. La terra di Dino è rimasta com’era dopo quasi un secolo.
Intorno è cambiato tutto, più volte. E continua a cambiare. Cambiano anche le persone che abitano questi luoghi. Roma è una quinta in continuo mutamento, una città dai molti sé.
Dipende sempre da come la guardi. Perché il paesaggio non è un dato oggettivo, è una costruzione dello sguardo. Nasce dalla relazione tra un luogo e chi lo attraversa. Non è fatto soltanto di ciò che vediamo, ma anche di ciò che scegliamo di includere e di ciò che lasciamo ai margini del nostro sguardo. Leggi i commenti
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