Per anni ho deriso chi si preoccupava per Facebook, intanto regalavo la mia vita a Google Se è sospetto andare sull’internet per leggere gli scemi, arrestateci tutti | lasoncini
un trentatreenne milanese che aveva diecimila file a disposizione di mille pedofili che accedevano alla sua cloud .
Diciamo alle multinazionali informatiche dove mangiamo e cosa, che aspetto hanno i nostri figli, di quali malattie c’incuriosiamo e di quali culi gradiamo vedere le foto; poi però sosteniamo di tenerci tanto alla nostra privacy. Tuttavia, e lo dico mentre mi annoto di andare a chiedere scusa a quella mia amica senza Facebook, ci sono condivisioni obbligate. Non quelle social: quelle private che utilizzano gli stessi strumenti.
Abbiamo tutti avuto a che fare con l’algoritmo, e ne conosciamo la pomposa ottusità. Io non riesco più ad accedere al mio secondo account di Twitter perché l’algoritmo mi dice che ho tenuto comportamenti sospetti e per sbloccarlo gli devo dare il mio numero di telefono.
I bambini non voglio vederli neanche vestiti, quindi dubito di poter essere sospettata di pedofilia, ma non serve tenere corsi universitari su Kafka per sapere che tutti siamo a rischio d’un qualche equivoco. E pazienza per Twitter , ma non avevo mai pensato a che inarrivabile punizione sia la chiusura dei propri account di Google.