Aggiornamenti sulle operazioni militari in Iran, con una divisione dei compiti tra USA, Israele e alleati. Si evidenziano successi, divergenze tra gli attori principali e prospettive sulla durata del conflitto.
Cinque giorni. «E abbiamo solo cominciato a combattere». Con una divisione dei compiti e dei cieli. Le forze del generale Dan Caine stanno operando nel sud dell’ Iran perché lì sono concentrati i lanciamissili che sparano contro le basi statunitensi e sono gli americani a occuparsi di smantellare la Marina dei Pasdaran, ieri una nave è stata affondata da un sottomarino al largo dello Sri Lanka, 87 marinai uccisi, l’equipaggio era di 180 persone, le ricerche sono ancora in corso, 30 per ora i recuperati in mare.
Gli israeliani sorvolano le aree a Ovest del Paese per fermare il fuoco verso lo Stato ebraico ed eseguono i raid sopra Teheran: colpiscono gli obiettivi legati all’apparato di repressione del regime, distruggono i simboli del potere. Per la prima volta dal 1985 un pilota dell’aviazione di Tsahal ha duellato con i jet nemici e ha abbattuto uno Yak130 iraniano. Pete Hegseth, alla guida del Pentagono, riassume esaltato: «Stiamo vincendo in modo devastante». Annuncia che è stato eliminato l’uomo che nel 2024 avrebbe tramato per uccidere Donald Trump. Ammette che la guerra potrebbe durare più a lungo — fino a otto settimane —, anche se il «dominio sui cieli è imminente». Trump e Benjamin Netanyahu si sarebbero sentiti proprio per discutere i tempi dell’operazione: gli orologi dei due leader non sembrano sincronizzati, il premier israeliano vuole andare avanti fino a eliminare qualunque minaccia iraniana, è l’unico ancora a ipotizzare un cambio di regime. Per la Casa Bianca: «Il potere degli ayatollah sta per essere annientato». Hegseth resta vago su quali siano gli elementi per poter dichiarare «missione compiuta», soprattutto se — come sembra sicuro — il presidente americano non ha intenzione di spedire soldati sul terreno. Così gli stivali a marciare in Iran sono quelli dei curdi, una serie di bombardamenti in quelle aree ha facilitato in queste ore la loro avanzata, dopo che i gruppi sono stati armati in questi mesi dagli agenti della Cia: diverse fonti confermano che migliaia di combattenti avrebbero iniziato le incursioni nella parte nord-occidentale dell’Iran e ci sarebbero già state battaglie con le forze del regime. Proprio l’Iraq, confinante con queste zone, è rimasto in blackout totale, un buio di informazioni anche sul possibile uso del suo territorio come base per le incursioni in Iran: i Pasdaran hanno aumentato i bombardamenti su Erbil e le zone a maggioranza curda, le esplosioni potrebbero aver causato il blocco all’energia elettrica. Gli iraniani uccisi dall’inizio del conflitto sono oltre 900. A far avanzare le truppe sono già gli israeliani ma sul fronte che si è aperto a nord. I portavoce dell’esercito hanno ordinato agli abitanti del sud del Libano di lasciare le aree fino al fiume Litani, un esodo di massa oltre le acque agitate che in tutte le guerre con Hezbollah sono state considerate la prima linea e la demarcazione che i miliziani sciiti non dovrebbero superare. I carrarmati sono impegnati nei primi scontri con i paramilitari armati da Teheran. Gli ufficiali iraniani continuano a eseguire gli ordini che devono aver ricevuto alla vigilia dell’attacco con la direttiva di portarli avanti anche se le comunicazioni con il centro di comando sono andate perdute: colpire ovunque, allargare il conflitto. Un missile è stato indirizzato verso la Turchia e abbattuto dalle difese Nato, di cui il Paese fa parte. La minaccia non è sufficiente — secondo Hegseth — per attivare l’articolo 5 che richiede l’intervento di tutta l’Alleanza quando una nazione viene bersagliata. Lo Stato Maggiore israeliano fa notare invece che gli attacchi verso il Paese sono più sporadici, ma la maggior parte della popolazione resta confinata nei rifugi per molte ore e l’economia israeliana è ferma. Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino, ha confermato che le squadre di dronisti sono pronte a partire per aiutare a proteggere gli Emirati Arabi Uniti. Il dipartimento di Stato sta affrontando, pur in ritardo, il rimpatrio degli americani rimasti bloccati dal conflitto, mentre il Washington Post rivela che l’ambasciatore Huckabee avrebbe scherzato con i diplomatici a Gerusalemme invitandoli a dare il suo nome ai bambini concepiti mentre sono costretti a stare a casa o nei rifugi. Il nome sarebbe Mike.
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