I sindaci non mollano la fascia. In Piemonte la legge sulle fusioni dei piccoli comuni è un flop

Oscar Serra Notizia

I sindaci non mollano la fascia. In Piemonte la legge sulle fusioni dei piccoli comuni è un flop
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Tutti contro la norma Delrio nata per accorpare i municipi più piccoli: in Piemonte solo 21 aggregazioni, l’ultima nel 2023

Il Governo aveva messo sul tavolo norme e quattrini, ma nel Piemonte dei campanili la possibilità di fondere comuni diversi è sempre stata accolta con sospetto da sindaci e comunità locali.

Basti pensare che l’ultima fusione risale al 1° gennaio 2023, quasi quattro anni fa, quando a convolare a nozze, sull’altare allestito dalla legge Delrio, furono Moransengo e Tonengo che insieme costituirono – senza troppe concessioni alla fantasia – il comune di Moransengo-Tonengo, poco più di 400 anime nel cuore dell’Astigiano. Era il 2014 quando la norma istituita dall’allora ministro Graziano Delrio rilanciò le fusioni dei comuni con l’obiettivo di superare la frammentazione amministrativa, riducendo i costi della politica e migliorando l’efficienza dei servizi pubblici.

Nessuna coercizione, solo un bel gruzzoletto di incentivi economici. Una legge che sembrava cucita su misura per il Piemonte, tra le regioni con il numero più alto di municipi: 1.180 di cui oltre seicento con meno di mille abitanti. Tanti piccoli agglomerati di case, spesso disabitate o usate per brevi periodi di villeggiatura, dove le scuole chiudono, i medici di famiglia faticano ad arrivare, i servizi scarseggiano.

Eppure, l’iniziativa dell’allora governo Renzi non ha mai sortito particolare interesse se si tiene conto che dal 2016 a oggi sono state approvate solo 21 fusioni . E dire che il Viminale, lo scorso 7 agosto, ha esteso il sostegno statale alle nuove entità amministrative fino a un massimo di 17 anni dalla fusione. Il contributo è pari al 60 percento dei trasferimenti erariali attribuiti per il 2010.

Al governo questa riforma è costata, finora, 700 milioni di euro e i fondi continuano a essere prorogati. A livello nazionale i comuni che hanno scelto la via dell’aggregazione sono stati, finora, circa centocinquanta. Insomma, non esattamente un successoChe sia la strada sbagliata? Il presidente dell’Uncem non ha dubbi e boccia senza appello quella legge: «Non è così che si riforma il sistema degli enti locali..

E ancora: «In Italia abbiamo 8 mila Comuni, in Francia sono quasi 35 mila. Il tema non è accorparli ma diversificare le loro funzioni a seconda del numero di abitanti, mettendo a fattor comune deleghe come l’urbanistica all’interno delle unioni di comuni. In questo modo ciascuno conserva la propria fascia e la propria identità, condividendo servizi e funzioni, dall’anagrafe al piano regolatore».

Per farlo servirebbe una riforma nazionale degli enti locali in cui sia chiaro chi fa che cosa: quali sono le competenze delle province e dei comuni e soprattutto di quei soggetti che stanno in mezzo, come le comunità montane. Ma anche la Regione ha le sue responsabilità.

Fu la giunta di Roberto Cota, nel 2012, ad archiviare le comunità montane per scegliere la strada delle unioni dei comuni : soggetti più instabili e fragili, troppo spesso ostaggio degli umori di un sindaco pronto a sbattere la porta alla prima frizione.a Palazzo Lascaris hanno denunciato «i ritardi della giunta di Alberto Cirio nel proporre al Consiglio il riordino delle autonomie locali» con il rischio per le amministrazioni «di perdere risorse legate proprio ai bandi regionali». Cosa potrebbe fare la Regione?

«Innanzitutto indicare gli ambiti territoriali e i comuni che ne fanno parte. Mettere regole stringenti per chi esce da tali ambiti a partire dal venir meno dei finanziamenti, indicare le funzioni di queste unioni comunali» dice Roberto Colombero a capo di Uncem Piemonte. L’organizzazione una proposta l’ha fatta, ma finora è rimasta in un cassetto..

Con dei paradossi tutti piemontesi: nell’Astigiano c’è l’Unione Riviera del Monferrato che conta al suo interno “ben” due municipi, Cocconato e Piovà Massaia; nel Biellese c’è l’Unione dei Comuni Colline e Rive del Cervo, anch’essa composta da due centri, Mottalciata e Quaregna Cerreto. E se questi sono i casi limite non mancano le unioni con tre o quattro comuni: più che comunità amministrative dei piccoli club privati, difficilmente in grado di condividere incombenze.

Di qui la necessità di una riforma che la Regione promette «arriverà entro la fine dell’anno».

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