Il caporalato in Calabria è un problema che dura da decenni e che non sembra avere soluzione. Antonio Nicaso, scrittore e storico, è uno dei massimi esperti delle organizzazioni criminali e ha affermato che il caporalato è il fallimento di un sistema.
Il caporalato in Calabria è un problema che dura da decenni e che non sembra avere soluzione. Antonio Nicaso , scrittore e storico, è uno dei massimi esperti delle organizzazioni criminali e ha affermato che il caporalato è il fallimento di un sistema.
Il caporale può essere anche un migrante, ma in Calabria il caporalato ha origini antiche. La situazione è simile a quella della piana di Gioia Tauro negli anni '70. La legalità costa troppo, i controlli sono pochi e la politica interviene soltanto dopo le tragedie e il sangue. La svolta deve essere culturale, economica e istituzionale.
La Piana è stato un luogo dove si è provato a rispondere con politiche solidali, ma restano isole coraggiose dentro un mare ancora dominato dalla paura. La parte nord del Cosentino è sempre stata una zona che ha subito l'influenza delle organizzazioni criminali, prima della camorra e poi dei gruppi nomadi. Negli ultimi tempi si nota una presenza di caporali che non sono più locali o necessariamente legati alle famiglie mafiose.
La 'Ndrangheta non ha sempre bisogno di controllarli direttamente: vigila sul contesto, sulla terra e sulle convenienze economiche. Un manovratore occulto. Così il disonesto risparmia e la grande distribuzione può continuare a tenere i prezzi bassi. Sono anche loro, gli uomini arrestati, vittime di un sistema.
Chi trae veramente vantaggio da questa schiavitù sono le aziende che lucrano dallo sfruttamento. E di conseguenza la grande distribuzione. Finché continuiamo a chiamare convenienza ciò che è sfruttamento, non cambierà nulla. La vera domanda non è se possiamo pagare meno la manodopera, ma se vogliamo continuare a sopportare questa schiavitù moderna.
Non dobbiamo rimanere spettatori neutrali: bisogna tracciare questi lavoratori, capire da dove arrivano, in che condizioni lavorano, dove dormono. Serve una svolta importante, altrimenti continueremo ad assistere ad altre tragedie. Esistono tante realtà virtuose. Anche nel Cosentino.
Sistemi di cooperative che hanno sfidato la 'Ndrangheta e che hanno garantito la restanza, di molti calabresi e di molti immigrati. Le società sane fanno di tutto per pagare bene gli operai e tutelarli, ma vanno aiutati e sostenuti. La vera sconfitta è la mancanza di assistenza. Dopo, piangere i morti non cambia le cose.
Una delle ultime grandi inchieste sul caporalato in Calabria, era il 2022, aveva portato al sequestro di dieci imprese agricole: lì i braccianti lavoravano dodici ore al giorno per appena 15 euro. Nulla è cambiato? Quando si parla della necessità di dover spezzare queste forme di lavoro, spesso li riconduciamo alla mancanza di competitività. Ma dobbiamo metterci in testa che questa non è competitività: è un'economia drogata.
Ci continuiamo a raccontare una bugia perché un'economia che si regge su persone pagate pochi euro l'ora, e che non può denunciare perché altrimenti perderebbe quel poco che ha, è soltanto qualcosa di fragile, di ricattabile e ingiusto. La vera competitività è innovazione, è dare valore al prodotto e a chi è impiegato per realizzarlo. Diversamente, è soltanto una forma di debolezza. Manca la volontà politica di rendere sconveniente lo sfruttamento.
Serve una mediazione linguistica, servono trasporti pubblici verso i campi. C'è bisogno di programmi di protezione per chi ha il coraggio di portare alla luce lo sfruttamento. Il problema non è soltanto economico, è morale: se una parte della filiera vive sul costo più basso possibile risparmia anche sulla dignità. Vivo all'estero dal 1990: non ne faccio una questione di schieramento politico, parlo di istituzioni senza fare differenze tra destra e sinistra.
La politica deve impedire che il caporalato sia l'infrastruttura nascosta dell'agricoltura. Dopo i fatti di Amendolara il ministro Francesco Lollobrigida, ha detto che in Italia non può esistere un luogo dove le vite umane vengono considerate 'oggetti di cui disporre'. È un primo passo? Per combattere le mafie, bisogna liberare i territori dalla paura.
La repressione, da sola, non risolve un problema secolare come le mafie. Le sue parole le ho sentite dire tante volte. Sono importanti, ma rischiano di perdersi nell'aria. Bisogna passare ai fatti: di buone intenzioni è lastricata anche la via che porta all'inferno.
Dall'accoglienza. Superando le differenze culturali di chi lascia il proprio Paese in cerca di un posto migliore
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