In Sudan è guerra tra golpisti: armi, trame, promesse infrante (e l’ombra di Mosca)
E invece i due generali golpisti più potenti del Sudan hanno cominciato a combattersi tra loro usando le città come campo di battaglia.L’esercito guidato dal generale Burhan contro i miliziani delle Rapid Support Forces , i centomila uomini eredi dei Janjaweed che rispondono agli ordini del generale Dagalo, ex cammelliere diventato commerciante d’oro e poi signore della guerra e degli affari.
. Le tensioni tra i due covavano da mesi, ieri la resa dei conti: carri armati, caccia, mitragliatrici pesanti in azione, con basi attaccate in diverse località.all’aeroporto di Khartoum , con spari in diretta a fare da sottofondo alle notizie diramate nel tardo pomeriggio dallo studio della tv di Stato., mediatori sauditi e Onu che al calar della sera tentavano di stabilire un filo di dialogo tra i contendenti mentre già era cominciata la conta delle prime tre vittime civili a Khartoum.Il terzo Paese più esteso dell’Africa ha un Pil di appena 35 miliardi di dollari ma è considerato una cerniera cruciale con il mondo arabo e un terreno di crescente sfida geopolitica tra Occidente e Russia., il generale Dagalo si trovava a Mosca, per colloqui con Putin in persona. Di recente Dagalo si è incontrato con il ministro degli Esteri Lavrov, senza disdegnare i contatti con i suoi padrini arabi . Nel risiko internazionale l’esercito regolare del generale Burhan, sulla carta numero uno del regime, vanta appoggi nel soprastante Egitto del «collega» Al-Sisi e interlocutori pure molto critici come Stati Uniti ed Europa che nei mesi scorsi avevano spinto per la fine del governo militare insediatosi un anno e mezzo fa:per lo scongelamento degli aiuti, senza i quali i 45 milioni di sudanesi sono diventati ancora più poveri. La scadenza di martedì, quarto anniversario della rivolta che nel 2019 aveva portato alla caduta del presidente-dittatore Bashir, è passata senza che il golpe risultasse «revocato». Il giorno dopo sono cominciati i primi scontri intorno a una base lontano dalla capitale. E ieri la guerra è divampata nella stessa Khartoum: in serata Burhan alla tvaffermava di avere il controllo del palazzo presidenziale e dell’aeroporto, negando ogni dialogo con «i ribelli», mentre Dagalo annunciava di voler chiudere la partita con l’arresto dell’ex alleato.Antipatie personali e questioni di potere: Burhan puntava al concordato assorbimento delle milizie RSF nei ranghi dell’esercito regolare nel giro di due anni. Dagalo e i suoi fratelli chiedevano un processo più lungo, nell’arco di dieci. Per accattivarsi simpatie tra gruppi della società civile, di recente ha definito «uno sbaglio» il golpe del 2021. Come se non fossero stati anche i suoi uomini a uccidere decine di donne e di uomini che protestavano nelle strade. Sia Mosca che Washington hanno chiesto ai contendenti di deporre le armi, ma le concordanze si fermano qui. Questa settimana i sudanesi speravano nel ritorno dei civili al governo. E invece si ritrovano vittime di una sfida tra golpisti sullo sfondo di un risiko Oriente-Occidente. C’è chi comincia a rimpiangere l’era dell’impresentabile Bashir.
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