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Intervista a Cesare Casella: «Due anni con una catena alla caviglia e una al collo, tra topi e serpenti. Il momento in cui mi dissero: 'Ti lasciamo libero, vai a casa'»

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Intervista a Cesare Casella: «Due anni con una catena alla caviglia e una al collo, tra topi e serpenti. Il momento in cui mi dissero: 'Ti lasciamo libero, vai a casa'»
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Casella fu rapito a Pavia nel 1988, quando aveva 19 anni. Trascorse in prigionia 743 giorni, la maggior parte dei quali sull'Aspromonte.

Intervista a Cesare Casella: «Due anni con una catena alla caviglia e una al collo, tra topi e serpenti. Il momento in cui mi dissero:"Ti lasciamo libero, vai a casa"»Casella fu rapito a Pavia nel 1988, quando aveva 19 anni.

Trascorse in prigionia 743 giorni, la maggior parte dei quali sull'Aspromonte.

«Dopo la liberazione volevo fare tante cose tutte insieme, poi ebbi un tracollo anche fisico: ero passato dallo stare in silenzio, da solo, a un’attenzione enorme»«mi hanno risposto"E che cos’è? ". Lì ho capito dove ero finito». Su un altro pianeta,«Non dico che fosse come tornare al Medioevo, ma non mi sentivo in Italia».

Eppure, lo era; una porzione di Paese sperduto e dimenticato:restava una bolla spazio-temporale. E dentro una buca scavata nella montagna,Cesare Casella oggi èÈ stato il rapito più noto d’Italia , dopo la liberazione coccolato e richiesto, ospite di ogni trasmissione tv, dal Maurizio Costanzo Show a Raffaella Carrà, in tribuna a vedere il Milan accanto a Berlusconi. , poi un turbinio di feste e riflettori.

«È durato per una stagione o due, dopodiché ho avuto il rigetto e non ne ho più voluto sapere». Una vita normale,rarissime interviste. Ora, per la prima volta in un podcast e dopo anni di silenzio, Cesare Casella ripercorre la sua vicenda per la serieChi era Cesare prima del sequestro?

«Ero una un ragazzo abbastanza agitato, se non esagitato. Abitavo a Pavia, che in quel periodo era molto vivibile, divertente. Ci si ritrovava sempre in piazza, avevamo tutti i nostri punti di riferimento, gli amici erano una compagnia molto numerosa. Ci piaceva un po' trasgredire, violare le regole…».

«E usavamo anche la macchina quando non si poteva, eravamo un po' indisciplinati, giovani. Facevamo sempre le vacanze in compagnia, si andava in montagna, al mare, si partiva magari il sabato sera per andare a ballare e si ritornava a casa senza aver dormito…».

«All’epoca non leggevo i quotidiani, della cronaca mi interessava poco. Non sapevo dell’Aspromonte, né della ‘ndrangheta, non avevo queste conoscenze».

«No, assolutamente. Non ce lo saremmo mai aspettati, anche perché io facevo una vita normalissima, mia mamma era casalinga, mio padre lavorava ; io avevo sempre frequentato scuole pubbliche, guidavo una macchina usata. Eravamo benestanti, ma non avevamo barche, per dire, non avevamo un tenore di vita appariscente».

«Quella sera, come tutti i pomeriggi, finito di studiare, avevo raggiunto la compagnia in centro. Ma era gennaio, era già buio, faceva freddo, c'era la nebbia; saluto tutti alle 7,30 circa per andare a cena e sulla strada del ritorno, a 100 metri da casa, mi trovo una macchina di fronte, che mi ha taglia la strada. Faccio per ripartire e questa macchina fa retromarcia, mi urta. Escono degli uomini armati che mi chiedono:"Tu sei Casella?

". Io dico"Sì" e quindi mi prendono di forza, mi caricano su questa vettura, mi bendano gli occhi con il nastro adesivo e mi puntano la pistola alla tempia».

«In quel box, dentro una macchina, ci restiamo circa due settimane. Io avevo 18 anni, i due carcerieri avranno avuto qualche anno più di me, quindi abbiamo modo di chiacchierare, c'è stato una sorta di rapporto umano».

«Mi dicevano che io ero fortunato perché ero nato in una famiglia benestante, in una zona dove c'era tanto lavoro; invece, loro erano sfortunati perché erano nati in un paese povero. Per loro era come una giustificazione dire"non abbiamo altre opportunità se non quella di delinquere”».

«Siccome parlavamo di calcio, io sono del Milan, loro tenevano al Napoli, era l’epoca di Maradona, quindi alla fine io uno l'ho chiamato Maradona e l'altro Careca. Tra l’altro il soprannome Maradona è stato anche usato nei contatti tra la banda e la famiglia».

«Ho capito che andavamo verso Sud dalla direzione del sole all’alba. Ma io non sapevo nulla di Aspromonte, dove mi trovavo l’ho capito poi da alcuni scontrini della spesa».

«Percepivo dall'aria che eravamo dentro un bosco, in alta montagna, perché la salita era pesante. Avevano costruito un buco nella terra, coperto con delle lamiere, tutto camuffato sopra con dei rovi e del legname».

«Livello di istruzione zero, l'italiano lo parlavano pochissimo, parlavano solo dialetto, era gente che viveva in latitanza, purtroppo gente disperata». «Venivano due volte al giorno, al mattino e al pomeriggio, a vedere se ero ancora lì, a portarmi le vivande. Mi avevano messo una catena alla caviglia e una catena al collo che usciva fuori e quindi ero bloccato: non potevo alzarmi, non riuscivo neanche a sedermi».

In due anni cambia «tana» tre volte, l’ultima è più larga e leggermente più strutturata: lei capisce che il sequestro non sarà breve.

«Era di dimensione circa 2 metri per 2, scavata per un 1 metro e mezzo dentro la montagna con dei pali di legno, una struttura sopra metallica, si entrava in ginocchio. Dentro, queste assi di legno con delle coperte e tutto finiva lì».

«In montagna ci sono gli animali del bosco: ho convissuto anche con topi e serpenti. Però il corpo umano si adatta a tutto. L'importante è che la mente resti lucida, perché poi è quella che riesce a comandare il corpo. Se me l'avessero detto prima, “guarda che adesso ti teniamo in un rifugio, in alta montagna in mezzo ai topi per due anni", avrei detto:"No, impossibile"».

Piccoli lussi: le concedono un fornello a gas e qualche giornale da leggere. E lei inventa una routine di sopravvivenza.

«Dovevo fare in modo che il mio fisico rimanesse in esercizio, anche se lo spazio era molto limitato. Avevo iniziato a fare ginnastica, stretching, le flessioni, perché vedevo che pian piano le gambe si si stavano atrofizzando. Quindi mi alzavo la mattina, facevo prima la ginnastica, poi facevo colazione, poi leggevo qualcosa, poi mi facevo da mangiare, poi ancora un po' di ginnastica: cercavo di scadenzare la giornata per cercare di ingannare il tempo.

Avevo trovato il modo di tenermi pulito, mi lavavo a pezzi. Avevo dei ricambi, delle mutande, mi facevo il bucato. Non avevo il dentifricio, ma mi lavavo i denti col sapone della cucina. Lo spirito di sopravvivenza ti fa trovare delle soluzioni che io mai avrei immaginato di poter trovare».

La lettura dei giornali porta sorprese. I carcerieri li censurano, per evitare che abbia notizie del suo sequestro, ma si fanno sfuggire il Bestiario di Giampaolo Pansa…perché credevano che fossero di costume e che non parlassero di fatti di cronaca. E così io leggo questo editoriale di Pansa che parlava di mia mamma Angelina, soprannominata “madre coraggio” . È stata un’emozione.

Mi sono detto:"Caspita, allora non mi hanno dimenticato, allora vuol dire che stanno facendo in modo che io torni a casa. La cosa mi ha rallegrato parecchio”».

«Mia mamma scendendo in Calabria, parlando, indirizzando le proprie richieste dava fastidio non tanto a loro ma alle mogli, alle madri. Anche questi delinquenti avevano una moglie, avevano delle figlie, avevano delle fidanzate e probabilmente in famiglia se ne parlava, quindi ho notato il cambio di atteggiamento. È come se mia madre avesse aperto il tappo di una bottiglia e lì fosse uscito tutto quello che prima non poteva uscire».

Finché si arriva alla consegna concordata di un’altra tranche di riscatto, Natale 1989, e i Carabinieri nello scontro feriscono il latitante Giovanni Strangio, il quale dal letto di ospedale inizia a parlare.

«Un pomeriggio arrivano due di questi carcerieri e dicono:"Guarda, ti lasciamo libero, vai a casa". Io ci volevo credere, ma nell'inconscio avevo il timore che potesse essere la fine, che mi volessero uccidere. Mi slegano e io facevo molta fatica a camminare, anche se cercavo di tenermi in allenamento. Mi aiutano, scendiamo da questa montagna, camminiamo per ore.

Mi lasciano sul greto di un torrente legato a un oleandro». Lei esita un po’, poi si libera e cerca aiuto in strada. Due auto non si fermano, la terza accetta di portarla a un incrocio e le indica la via per Natile di Careri.

«Mi dirigo verso la prima casa illuminata, suono, mi aprono e si mettono piangere, mi fanno entrare, mi danno da bere, chiamano i Carabinieri, il sindaco, arriva quasi tutto il paese. È così che ho scoperto che la grossa maggioranza di quel territorio ha una grande umanità e purtroppo subisce le violenze di una piccola minoranza.

Ancora adesso, quando incontro qualcuno che proviene da quelle zone, è come se si sentisse un po' colpevole, come se si volessero scusare a nome di tutti. Ho notato questa grossa differenza tra la parte la parte buona, sana, e la parte violenta e cattiva».

«I momenti successivi alla liberazione sono stati unici, indimenticabili. Per qualche giorno non sono più riuscito a dormire. Ho riacquistato il giusto ritmo dopo qualche mese, forse anche un anno. Perché all'inizio avevo proprio la voglia di riprendermi quello che mi era stato tolto e quindi di fare tante cose tutte insieme.

Non mi fermavo mai. Poi ho avuto un tracollo anche fisico, perché ero passato dallo stare in silenzio, da solo, in solitudine per due anni, a un’attenzione enorme. Quindi ho preferito poi ritirarmi da tutto il caos, il clamore e quanto ce n'è, e proseguire nella mia vita normale».

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