L’organetto della morte: Agnese Pini rievoca la strage nazifascista compiuta a suon di musica
Il capo supremo delle SS, Heinrich Himmler , in primo piano, passa in rassegna un reparto combattente delle truppe scelte nazisteRimasero uccise 159 persone, la maggioranza donne e bambini . Furono i nazisti, per vendicare l’uccisione di sedici dei loro, avvenuta durante un’azione partigiana di due giorni prima.
Non ci furono editti o inviti a consegnarsi, i nazisti non facevano così, semplicemente applicavano come ragionieri la contabilità della «banalità del male»: uno di loro valeva dieci italiani. Nazisti certo, comandati da Walter Reder. Gli stessi che in quei giorni, mentre scappavano sconfitti dall’Italia che insorgeva e dagli alleati che arrivavano uccisero 69 persone a Nozzano, 560 a Sant’Anna di Stazzema, 162 a Vinca, 12 a Farneta, 159 alle Fosse del Frigido, 72 a Bergiola Foscalina, 770 a Marzabotto:A San Terenzo non erano soli, però. Come sempre. Con loro, a suonare l’organetto mentre quelle povere persone annegavano nel sangue,. Parteciparono in cento all’eccidio che avvenne all’alba del 19 agosto. Per quella strage orrenda furono condannati in undici all’ergastolo ma pochi anni dopo vennero messi in libertà, amnistiati.il bellissimo libro in cui Agnese Pini , direttrice di quotidiani, ha raccontato , affondando il bisturi nel proprio strazio, quella strage dimenticata nella quale morì la sua bisnonna , si ricorda la spietatezza dei fascisti scappati alla giustizia: «Fu Giovanni Tomagnini detto Sergio, caporalmaggiore, a squartare una donna incinta di nove mesi a Vinca: lei si chiamava Alfonsina Marchi… Fu il sergente Giovanni Bragazzi a dare l’ordine di lanciare per aria una bambina di due mesi, mentre cinque camicie nere travestite da nazisti le sparavano al volo ... Fu Italo Masetti a buttare una bomba a mano dentro a una casa colonica per sterminare le donne e i bambini...».Italia che, nel dopoguerra, in fretta e furia voleva seppellire ciò che era stato . Un’operazione forse necessaria: l’Italia aveva bisogno, certo, di guardare oltre l’inferno che aveva vissuto: la dittatura, la guerra, la fame, l’occupazione straniera, la guerra civile, i bombardamenti. Doveva ricominciare a vivere e seppellire l’odio che il fascismo aveva generato tra gli italiani. Tutto vero.In Italia non ci fu mai una Norimberga , e se da un lato la clemenza giudiziaria riuscì a facilitare un percorso apparente di pace — che si sarebbe presto infranto nel terrorismo rosso e nero — dall’altro non riuscì a costruire una profonda, vitale e forte coscienza di popolo e di paese sulle colpe e sui crimini per cui gli italiani, sostanzialmente, si autoassolsero. Con molta fretta e altrettanta leggerezza». Agnese Pini ha unito alla minuziosa fatica del cronista di vaglia, che ricostruisce fatti attraverso testimonianze e documenti,, una per una, le storie di quei bambini, delle loro mamme, della illusione di trovare salvezza quando la guerra e la ferocia trasformano le persone in pezzi da contare. Persone, non nomi. Pini racconta di un uomo che per salvare la propria famiglia fu costretto dai nazisti a cercare persone da scambiare e si risolse a fermare due povere ragazze che furono poi uccise.vede i suoi genitori morire falciati da una scarica di mitra e si ripara nell’acqua gelida per salvarsi, salvo poi essere accudita dal prete del paese che vedrà morire davanti ai suoi occhi ucciso dai nazisti. Maria, per ironia della storia, di cognome si chiamava Vangeli. La strage si consuma in due atti. Prima vennero impiccati cinquantatré prigionieri e poi fu sterminata a raffiche di mitra una intera comunità., e molti anni dopo disse rassegnata: «Cosa vuole che facciano giustizia dopo sessant’anni, che poi a perdere la mamma…». «L’armadio della vergogna» in cui furono dimenticate per decenni le carte delle stragi è la testimonianza del cinismo con il quale si è scritta la parola fine a qualcosa che invece dura ancora e tortura generazioni di italiani. Il procuratore militare Marco De Paolis, uno dei pochi che abbia no cercato di combattere la rimozione, dice all’autrice che una volta raggiunti i nazisti responsabili direttamente degli eccidi li aveva trovati: «Tutti inevitabilmente vecchi, ma ancora pieni di crudeltà e di odio». Sono stati condannati, ma nessuno ha fatto un giorno di carcere. Queste stragi del 1944, lo mette bene in rilievo Agnese Pini, furono consumate sempre a danno degli ultimi, dei contadini che vivevano dei frutti dei loro campi e del lavoro per far crescere le bestie., torturavano.sentirà tutto questo non come un racconto lontano, ma ne avvertirà la terribile, inopinata attualità. Bucha non è in Toscana nel Novecento, ma oggi, ripete gli orrori della guerra e delle dittature.
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