La Commissione Europea ha dichiarato conclusa la crisi in Ceuta, dopo che 70 mila dei 72 mila migranti entrati in Spagna sono stati rimpatriati. Tuttavia, il cordoglio per i morti in mare e la solidarietà alla Spagna non si sono manifestati nelle ore successive agli eventi di Ceuta, come previsto. La domanda sorge spontanea: era davvero una crisi?
«Verrebbe da dire, citando Shakespeare, “molto rumore per nulla” se non fosse che la solidarietà alla Spagna ma soprattutto il cordoglio per i morti in mare, ora giunti a 86 e per lo più giovani, avrebbe dovuto manifestarsi nelle ore successive agli eventi di Ceuta.
Per il resto la videoconferenza ha dovuto prendere atto, dopo gli allarmi iniziali e la drammatizzazione, che di 72 mila persone entrate a Ceuta, 70 mila sono già state rimpatriate. Il commissario europeo Brunner ha dichiarato la crisi chiusa e ha detto che neanche un migrante è arrivato in Europa. La domanda nasce spontanea: ma è stata crisi?
«È stata una crisi volutamente fatta percepire come tale. Come evidenziato dalla dinamica sembra che abbiano prevalso ragioni di politica interna di alcuni Paesi, a partire dal nostro». Le immagini arrivate la scorsa settimana da Ceuta erano forti, ma quasi nessuno si è preso la briga di spiegare che si tratta di una exclave spagnola in Africa e che per arrivare in Europa valgono regole speciali. Nel gran polverone sollevato da Giorgia Meloni c’è il tentativo di contenere Vannacci?
«Non voglio entrare in una dinamica di politica interna, certamente viene abbastanza razionale pensare anche a questo. Certo, quello che è avvenuto in queste ore è stato veramente un momento molto basso dell’Ue in termini di solidarietà e di compattezza». Il Patto sui migranti europeo approvato dopo decenni di discussioni non si basava proprio sulle emergenze toccate a Paesi come l’Italia e sulla necessità di stabilire dei meccanismi di solidarietà tra Paesi?
«Sì, non c’è dubbio. Ma la solidarietà tra Paesi, nel corso degli anni si è dimostrato un meccanismo a fisarmonica; alcuni Paesi rifiutavano il ricollocamento, altri persino l’onere finanziario alternativo. Il ricollocamento creava un problema di fondo con un suo fondamento, ossia se considerarlo a rischio di, cioé di attrazione. Occorre una seria politica di integrazione per i migranti regolari.
Con partenariati internazionali dell’Ue assieme ai Paesi terzi pensati sulle radici del fenomeno compreso il contrasto ai trafficanti. Insomma, tra seria gestione della complessità e superficiale semplificazione prevale sistematicamente il secondo approccio». La questione degli hub esterni riaffiorata adesso, e che è stata anche precipitata in un regolamento approvato di recente con l’estrema destra europea, è un’utopia o davvero si può immaginare di esternalizzare le domande di asilo in Paesi terzi?
«Finora non hanno funzionato: all’accordo di Uk con il Rwanda o ai “nostri” centri in Albania. Il nuovo Patto apre a queste possibilità partendo da progetti pilota e con focus su Paesi africani. C’è poi una decisione pendente di fronte alla Corte di giustizia europea che riguarda alcuni aspetti dei centri in Albania. L’atteso verdetto a breve verdetto è può rappresentare un certo via libera o un paletto ulteriore non da poco».
«Vista dall’esterno mi limito a definirla in un solo modo: imbarazzante». Secondo lei Meloni ha voluto anche compiacere Donald Trump, che era stato tra i primi a scagliarsi contro Sánchez dopo l’arrivo dei migranti a Ceuta?
«Non lo so, lo capiremo nei prossimi giorni. Certo, investire su Trump fino adesso non è stato un grande affare per la nostra presidente del Consiglio».
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