La storia della commessa del supermarket: “La baby sitter costava metà stipendio, così mi sono arresa”

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TORINO. Più che per volontà, mi sono dovuta licenziare per necessità». Maria Pia, 42 anni, ha un figlio di 11 anni e il secondo che compirà 1 anno il 6 luglio. Aveva un lavoro a tempo indeterminato come cassiera in un supermercato della cintura Torinese, ma a fine marzo non è riuscita più a reggere il peso della cura dei figli sommato al lavoro che aveva ripreso da poco e si è licenziata. «Non sono arrabbiata, solo rassegnata alla situazione. Non penso sia colpa di nessuno ma purtroppo basta fare delle sottrazioni per capire che per me lavorare diventava anti economico», racconta la donna. Una storia simile a quella di decine di neo mamme che abbandonano il lavoro per necessità, stanchezza o semplicemente perché non vedono alternative possibili. «Avevo un part time, lavorando nei festivi riuscivo ad arrivare a 900 euro al mese. Pensavo di farcela e ho ripreso il lavoro con entusiasmo dopo la maternità obbligatoria e un po’di facoltativa. Ma poi, con il coronavirus, ho sommato la paura del contagio alla difficoltà di trovare qualcuno che stesse con i miei bambini, oltre alle spese per la baby sitter. Sia io, sia mio marito non potevamo chiedere lo smartworking quindi, con le scuole chiuse, avevo bisogno di qualcuno che si prendesse cura anche del mio figlio grande, oltre che del piccolino. Ci ho pensato per giorni e mi sono resa conto che non volevo rischiare di ritrovarmi in tasca a stento 400 euro. Facciamo qualche sacrificio in più e viviamo con lo stipendio di mio marito, che per fortuna ha un buon lavoro in una azienda alimentare», racconta Maria Pia. Il calcolo è semplice. «Avrei pagato 500 euro al mese per una baby sitter che guardasse i bambini. Visto che mi sono dimessa entro l’anno di vita del più piccolo ho diritto alla Naspi che per quasi due anni compenserà quello che perdo di stipendio. Intanto mi faccio carico dei figli e della casa». Alla fine per Maria Pia si è decisa a compilare le dimissioni volontarie e a richiedere la convalida da parte dell’Ispe

iù che per volontà, mi sono dovuta licenziare per necessità». Maria Pia, 42 anni, ha un figlio di 11 anni e il secondo che compirà 1 anno il 6 luglio. Aveva un lavoro a tempo indeterminato come cassiera in un supermercato della cintura Torinese, ma a fine marzo non è riuscita più a reggere il peso della cura dei figli sommato al lavoro che aveva ripreso da poco e si è licenziata. «Non sono arrabbiata, solo rassegnata alla situazione.

Una storia simile a quella di decine di neo mamme che abbandonano il lavoro per necessità, stanchezza o semplicemente perché non vedono alternative possibili. «Avevo un part time, lavorando nei festivi riuscivo ad arrivare a 900 euro al mese. Pensavo di farcela e ho ripreso il lavoro con entusiasmo dopo la maternità obbligatoria e un po’di facoltativa.

Alla fine per Maria Pia si è decisa a compilare le dimissioni volontarie e a richiedere la convalida da parte dell’Ispettorato del Lavoro. «Conosco un’altra donna che l’aveva fatto negli anni scorsi ma era dovuta andare di persona. O ra, per il virus, non ho dovuto spiegare nulla: ho fatto tutto da remoto». Ma l’amarezza resta. «Il lavoro per me era uno spazio di libertà, un modo per pensare anche a me stessa e costruirmi un’indipendenza – racconta la mamma –. Ora possono essere felice di passare più tempo con i miei bambini ma certo il futuro mi spaventa.

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