Lancini: nelle nuove generazioni la coppia è finita e la solitudine avanza

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Lancini: nelle nuove generazioni la coppia è finita e la solitudine avanza
Rapporti Tra I Giovani, Solitudine, Individualismo

Lo psicoterapeuta Alberto Lancini analizza il cambiamento dei rapporti tra i giovani e sostiene che l'individualismo, la denatalità e la ricerca di autonomia stiano riducendo la coppia a un legame temporaneo. Nel suo nuovo libro riflette sulla fragilità emotiva delle nuove generazioni e sull'importanza della relazione come antidoto alla solitudine.

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Nel suo ultimo libro, lo psicoterapeuta riflette su una società che mette al primo posto la realizzazione individuale, mentre è la relazione con l’altro a mandare avanti l’umanità. Come fare? Una via d’uscita c’è a cominciato a occuparsi di adolescenti 35 anni fa, con una tesi di laurea sui campi estivi, e non ha più smesso.

Ancora oggi, in loro trova sempre qualcosa che lo incuriosisce, un motore di cambiamento, un risvolto della società.e docente di Psicologia dello sviluppo all’Università di Milano Bicocca, quando gli chiedono se dopo gli incontri con i ragazzi si porti a casa il peso delle loro difficoltà, risponde cheQuando si è a tu per tu con i giovani pazienti, invece, non ci si stanca mai di conoscerli. Ed è così che, dopo aver dedicato una trilogia alle relazioni tra adolescenti e adulti, ora Lancini mette a fuoco i rapporti tra pari.

«L’anno scorso in Italia sono nati 350mila bambini. È la prima volta nella storia dell’umanità che possiamo osservare una denatalità per scelta, per una legittimata affermazione dell’individualismo» A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni è dedicato alle giovani coppie, e a quel che oggi la parola “coppia” voglia dire. Spoiler: molto poco.

«La coppia negli ultimi decenni è cambiata. Una volta c’era l’amore romantico, l’idea che una relazione fosse per sempre, che avesse un progetto di coniugalità e di genitorialità. Si dipendeva affettivamente l’uno dall’altra, si facevano sacrifici . Chi non costruiva una coppia stabile era considerato poco maturo, un vitellone.

Poi siamo entrati nella fase della coppia narcisistica, dove l’obiettivo è la soddisfazione non dell’altro ma della propria immagine e di sé. Il figlio o la figlia di questa coppia viene incoraggiato fin dall’asilo nido all’autonomia, a sviluppare il talento personale, a non rinunciare a nulla.

Oggi abbiamo fatto un passo ulteriore: non ci basta che i nostri figli siano i più belli e i più bravi, ma gli chiediamo anche di non disturbarci con le loro emozioni profonde, perché siamo così fragili che non potremmo sopportarle.

“A volte ti amo” lo dicono i giovani ma è anche un modo nuovo di vedere la coppia, dove non si ha più bisogno dell’altro». Ma se non c’è bisogno dell’altro vuol dire che la coppia è finita.

«Per come la intendiamo noi, sì. Se sai che si concluderà, se non pensi che significhi mediazione, o negoziazione, allora è finita. D’altra parte, a Milano le famiglie unipersonali hanno superato il 50 per cento, a Bologna il 54. Abbiamo due persone che condividono un pezzo di strada per un certo tempo, pensando ognuno ai propri percorsi di crescita, senza progetti a lungo termine».

«L’anno scorso in Italia sono nati 350mila bambini. È la prima volta nella storia dell’umanità che possiamo osservare una denatalità per scelta, per una legittimata affermazione dell’individualismo, non per guerre o carestie. Nel libro c’è il tentativo di far capire che un vincolo, che non è il sacrificio del passato, serve comunque, altrimenti vivremmo in una dimensione di individualismo assoluto. Abbiamo voluto sdoganare l’autonomia, il non voler dipendere da nessuno ma c’è una sofferenza mentale che aumenta.

Allora il tema della relazione diventa fondamentale, non si può vivere senza. Il problema più grande di oggi è la solitudine». Un figlio? Basta e avanza.

L’altare? Anche no. La nuova “famiglia ideale” in uno studio della Bocconi«Il corpo sessuato ha lasciato il posto a quello estetico della società dell’immagine, della sovraesposizione. Il sesso è meno interessante. Aggiungo che questi giovani sono i primi a crescere in un’epoca dove l’atto fisico non è più indispensabile per la procreazione.

Il sesso non serve alla sopravvivenza della specie».

«La troppa vicinanza fa paura, perché espone al pericolo di perdere una parte di sé. Se oggi una ragazza dicesse che vorrebbe rinunciare a qualcosa del suo programma individuale per uno di coppia, si penserebbe che abbia una dipendenza affettiva, che sia coinvolta in una relazione tossica. Lo stesso timore lo esprimono gli adulti rispetto a chi geolocalizza il fidanzato/a o conosce le sue password».

«Noi demonizziamo comportamenti dei ragazzi che sono cresciuti assecondando i desideri dei genitori e della scuola. Li controlliamo sempre – con il cellulare,con il registro elettronico – e se lo fanno loro è sbagliato? Questa è l’ipocrisia degli adulti: i loro comportamenti sono di attenzione e cura. Quelli dei figli sono tossici.

I ragazzi hanno bisogno del contatto ma con la geolocalizzazione lo modulano come e quando vogliono, così si sentono vicini ma non esposti agli altri. Attenzione però a parlare di patriarcato, a proposito del controllo». Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente all’Università di Milano Bicocca. Perché, di che cos’altro si tratta?

«Non nego che ci sia, in certi contesti. Ma pensiamo al femminicidio di Giulia Cecchettin: ha sconvolto il Paese perché l’assassino era il classico “bravo ragazzo”. La violenza giovanile di oggi, compresa quella di genere, ha più a che vedere con il vuoto identitario di chi non ha potuto esprimere emozioni come la rabbia, la tristezza, che con il patriarcato. Bisogna stare attenti quando facciamo prevenzione della violenza di genere.

Non possiamo usare gli schemi di 30 anni fa. Se parliamo di droghe leggere usando i criteri di una volta, quando gli spinelli avevano un valore trasgressivo, sbaglieremmo. Per essere efficaci, dobbiamo intercettare la trama affettiva degli adolescenti di oggi. Parliamo di demenza digitale degli adolescenti ma è la società a essere demente.

Penso al gruppo Facebook “Mia moglie” che pubblicava foto intime di donne ritratte di nascosto dai loro compagni. Patriarcato? Piuttosto una nuova forma di maschilismo. Mio nonno, che era un patriarca, mai avrebbe fotografato e condiviso le caviglie di mia nonna».

«Parlare di educazione alle relazioni quando nei gruppi WhatsApp spesso i genitori sono molto aggressivi è quanto meno una discrepanza. Non funziona l’adulto che entra e spiega che certe emozioni, come la rabbia, sono sbagliate. Le emozioni vanno legittimate, anche quelle che non ci piacciono, questa è prevenzione. Il ruolo dell’adulto è mediarle, è chiedere: che cosa significa questo per te?

Che cosa provi? E ascoltare con attenzione. Non sopportiamo che un bambino abbia paura di un clown, e vogliamo convincerlo che fa ridere. Gli insegniamo che deve essere autonomo, precoce, e quando cresce e sta insieme con qualcuno gli diciamo che ha una dipendenza affettiva.

Ma la dipendenza nasce perché fai qualcosa che ti piace. La base è sana, tutti nasciamo con una dipendenza, la prima è dalla mamma. Poi cresciamo con un processo di separazione, sostituiamo la mamma con lo sport, il lavoro o un altro affetto». Lei sostiene che le relazioni sono fondamentali.

Ma c’è spazio oggi per una coppia che riesca a sostenere anche i progetti individuali?

«Credo di sì, e nel futuro dei giovani vedo una relazione che somigli a un’amicizia amorosa, una specie di democrazia affettiva basata sulla solidarietà e la pariteticità, dove ci sia spazio anche per l’intimità. Una dimensione dove due persone si incontrano senza sovrapporsi, con un progetto condiviso modulato a seconda dei bisogni. Dove il dolore non si nega ma non è il sacrificio richiesto in passato. Dove ci si riconosce e, certo, si procede per negoziazione.

Si può chiamare come si vuole ma saper stare insieme salva l’individuo e la società».

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