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Perché è così difficile giocare con Kevin Durant

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Perché è così difficile giocare con Kevin Durant
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A guardare la sua storia, la sua personalità e la sua classe, sicuramente sì. Ci spiega perché Dario Vismara

Dopo una recente vittoria contro gli Atlanta Hawks, sedendosi per prendere parola in conferenza stampa Kevin Durant ha esordito dicendo: “Com’era il mio linguaggio del corpo oggi? Era buono? E le vibes erano ok?”.

Se avete bazzicato i social nelle ultime settimane, come certamente ha fatto un malato di X come KD, non vi saranno sfuggiti i video in cui venivano esposti i problemi di atteggiamento degli Houston Rockets in generale e di Durant in particolare, tra incomprensioni coi compagni, discussioni con il pubblico, sguardi che non si incrociano, braccia sconsolate al cielo e teste che scuotono. Il discorso sui rapporti all’interno dello spogliatoio dei Rockets, però, non si è limitato al chiacchiericcio dei social. Anche programmi televisivi e podcast, che comunque non sono immuni da “quello di cui si parla online” , hanno iniziato ad analizzare ciò che non andava all’interno della squadra, che negli ultimi mesi è apparsa sempre più in difficoltà. Zach Lowe, analista numero 1 per quanto riguarda il basket NBA, ha notato come certe rimostranze da parte di KD, specie dopo certi errori dei compagni, finiscano per avere un effetto negativo su di loro, in particolare quelli più giovani che sono cresciuti vedendolo in televisione e sono quindi ‘intimoriti’ dal giocare insieme a uno dei più grandi di questo gioco con la prospettiva di deluderlo. E il rendimento dei Rockets ne ha risentito, andando sempre peggio con l’andare della stagione. UNA GRANDE STAGIONE INDIVIDUALE IN UNA SQUADRA IN DIFFICOLTÀ Questo, è bene sottolinearlo subito, prescinde dalle prestazioni di Durant che sono al di sopra di ogni sospetto. La sua stagione numero 18 in carriera è senza mezzi termini eccezionale anche al di là del fatto che sia realizzata alla soglia dei 38 anni: 25.7 punti, 5.4 rimbalzi, 4.4 assist, quasi un recupero e una stoppata di media con una percentuale effettiva dal campo del 58.3% e l’88.5% ai liberi sono medie da All-NBA senza nemmeno cominciare a discuterne. Durant non ti lascia mai a piedi sera dopo sera dopo sera, giocando più di 36 minuti a partita e saltandone appena tre in tutta la regular season. Il problema, semmai, è tutto ciò che sta intorno a Durant che sembra incastrarsi male con la sua grandezza. Lo scorso anno i Rockets erano arrivati secondi in regular season alle spalle degli Oklahoma City Thunder e, al netto dell’uscita al primo turno con Golden State, sembravano destinati a migliorare le 52 vittorie di un anno fa con l’aggiunta di KD al posto di Dillon Brooks, Jalen Green e la decima scelta diventata Khaman Maluach. Un obiettivo che è ancora tecnicamente raggiungibile, ma non c’è dubbio che le vibes all’interno della squadra siano profondamente diverse rispetto a un anno fa, quando proprio attorno a Brooks avevano forgiato un’identità di tenacia, durezza e ruvidità che quest’anno è andata svanendo. IL CROLLO SENZA STEVEN ADAMS La stagione degli Houston Rockets è divisa a metà da una data: quella del 18 gennaio. Prima di quel giorno i texani avevano un record di 25 vittorie e 15 sconfitte con il terzo miglior differenziale della lega con una squadra da top-4 sia in attacco che in difesa; da quel giorno in poi hanno un record di 19-13 ma soprattutto il 13° Net Rating della NBA, finendo fuori dalla top-10 sia per rendimento offensivo che difensivo. I più attenti di voi sapranno che il 18 gennaio è la data in cui Steven Adams si è procurato una distorsione alla caviglia così grave da chiudere anticipatamente la sua stagione; quelli ancora più attenti sapranno che non c’è nessun giocatore che giochi così ‘poco’ che abbia un impatto così grande come il neozelandese. Con lui in campo il rendimento dei Rockets era di +10.1, di gran lunga il primo in squadra, ma soprattutto miglioravano di 9 punti percentuali nei rimbalzi offensivi, issandosi a vette superiori al 40% che non si erano mai viste nella storia della NBA. Con la sua sola presenza, Adams era diventato l’identità della squadra: anche con percentuali dal campo solamente mediocri e una quantità di palle perse in zona Portland e Brooklyn , i suoi rimbalzi offensivi e i suoi punti procurati da seconda opportunità bastavano per nascondere sotto al tappeto ogni problema. Da quando è uscito dal campo, è come se fossero usciti anche i Rockets, facendo emergere tutti i difetti di playmaking di questa squadra. TUTTI I PROBLEMI DEI ROCKETS Problemi che, bisogna dirlo, coinvolgono anche Durant. Le due recenti sconfitte contro i Los Angeles Lakers della scorsa settimana, in particolare la prima in cui hanno perso più di un pallone su quattro, hanno esposto in maniera evidente quanto a questa squadra manchino capacità di lettura delle situazioni e di esecuzione sotto pressione. Quella di quest’anno è la quarta peggior stagione di Durant per percentuale di palloni persi sul totale della squadra e sempre più spesso fatica a leggere per tempo i raddoppi e i tentativi di disturbarne il palleggio, un difetto esacerbato dal fatto che essendo così alto e avendo meno mobilità articolare è più facile portargli via il pallone o quantomeno indurlo all’errore nel ball-handling. La mancanza di Fred VanVleet, già pesante di suo anche dal punto di vista emotivo, è stata resa ancora peggiore dal fatto che Amen Thompson e Reed Sheppard sono sostanzialmente due rookie nella gestione di un attacco e stanno accumulando esperienza mentre la squadra sta cercando di vincere partite — una formula che raramente funziona in NBA, specie con un allenatore esigente come Ime Udoka. Entrambi hanno abbastanza talento per poter traghettare i Rockets diventando il backcourt del futuro, ma non necessariamente questo si sposa bene col presente di Durant, a cui non rimangono così tante stagioni di altissimo livello per poter competere davvero — cosa che non fa altro che accrescere la sua frustrazione. LE DISFUNZIONALITÀ DEI ROCKETS E DI DURANT Durante l’ultimo All-Star Weekend sono emerse voci sempre più consistenti che dietro all’account @gethigher77 su X ci fosse proprio Durant, sicuramente non nuovo ad avere dei “burner account” sui social che gli sono costati in passato. KD non ha confermato né smentito di essere lui: non è nostro interesse capire se lo fosse davvero, ma ciò che è importante sottolineare è che i Rockets si sono comportati come se le cose che ha scritto fossero reali. In troppe partite i Rockets sono sembrati del tutto disorganizzati, disuniti e disfunzionali — quest’ultimo un aggettivo che negli ultimi dieci anni spesso è stato utilizzato per le squadre che avevano Durant come stella. Sin da quando ha lasciato gli Oklahoma City Thunder, le squadre con Durant sono sempre state circondate da qualche drama. È successo soprattutto a Golden State, dove però il loro talento era tale da giustificare qualsiasi mal di testa e coprire qualsiasi magagna; è accaduto a Brooklyn, specialmente nel periodo insieme a Kyrie Irving e a James Harden; ed è successo anche a Phoenix, in particolare nella passata stagione dove nessuno sembrava riuscire a sopportare quello che gli stava a fianco e tutti non vedevano l’ora di andarsene il più lontano possibile. È sempre stata solamente colpa di KD? Certo che no; però delle dieci squadre più disfunzionali dell’ultimo decennio in un modo o nell’altro i suoi Warriors, Nets e Suns possono legittimamente essere citati, e lui è stato il comune denominatore di tutte queste. Che cosa rende così difficile stare con Kevin Durant? Forse è paradossalmente la cosa che lo rende così interessante: il suo integerrimo e totale amore per il gioco. Non c’è nessun altro giocatore di quel livello che abbia dimostrato di amare il basket come Durant, anche a discapito di tutto ciò che sta intorno — tifosi, media, avversari, persino compagni di squadra e allenatori. Ci sono momenti in cui Durant preferirebbe estraniarsi da tutto il resto pur di potersi immergere solamente nel suo amato gioco, concentrarsi solo sull’esecuzione tecnica del gesto, abbandonarsi al rumore del pallone e della retina. Finché sei ossessionato dal gioco come lo è lui, andarci d’accordo è possibile; non appena ti scosti un attimo dalla sua lunghezza d’onda, emergono i problemi. In questo senso, Durant è uno degli ultimi personaggi veramente letterari di questa lega, uno di quelli che sembrano usciti dalla penna di un grande autore. Con le sue idiosincrasie, i suoi fantasmi, i suoi errori e le sue ossessioni, Durant è più umano di tanti altri. Per questo, però, è anche così difficile vivere insieme a lui giorno dopo giorno — motivo per cui, paradossalmente, le sue brevi avventure estive con Team USA ci hanno mostrato la sua versione migliore. C’è ancora tempo per sistemare questa stagione, e in ogni caso — come spesso è successo nei finali di gara — il suo talento è ancora tale da poter risolvere le partite praticamente da solo. Senza Adams e VanVleet, però, i Rockets non sembrano avere le armi per poter competere davvero per il titolo in questa stagione, rimandando di un anno il vero giudizio su questo ultimo esperimento della carriera di Durant. All’orizzonte c’è il ritorno in NBA dei Seattle Supersonics, che se tutto va bene dovrebbero tornare in NBA nel 2028, a vent’anni di distanza da quel doloroso addio: il suo contratto coi Rockets scade proprio quell’estate, rendendo inevitabile fantasticare su un’ultima stagione romantica col numero 35 sulle spalle laddove tutto è cominciato nella stagione 2007-08. Prima però Durant deve dimostrare di poter essere ancora la soluzione ai problemi che si trova attorno e non solamente la causa. Come ogni cosa che lo circonda, sarà interessante scoprire come lo farà.

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