Cento anni dopo la violenza squadrista, sono troppi quelli che in Italia rivendicano l’eredità del regime fascista o ne usano il linguaggio per prendere voti. L'opinione di Francesco Filippi sull'Essenziale. essenziale_it
Tutte le parole hanno una storia. Le parole che parlano di passato ne hanno addirittura due: quella che provano a raccontare e quella che gli cuce addosso chi le pronuncia, generazione dopo generazione.
E c’è chi al contrario prende atto della sua forza propulsiva, in grado di sopravvivere a Mussolini e alla dittatura, e di riempire di significati luoghi e ragioni della politica, della cultura e della società. Insomma, una parola atemporale o, se si preferisce, eterna. E non solo lo rivendicano – senza tenere conto delle norme che fanno del fascismo un crimine e non un’opinione, a partire dalla XII disposizione transitoria e finale della costituzione – ma addirittura riprendono comportamenti, frasi, riti e azioni di quello che con una punta di speranza si vorrebbe tanto definire “fascismo storico”.
Ma comunque il fatto che in Germania alcuni discendenti di Hitler abbiano scelto di cambiare il proprio cognome per evitare di essere associati al führer mentre in Italia avere quello del duce fa curriculum, dovrebbe far riflettere sulla pervasività di un’immagine e di un immaginario che evidentemente sono riusciti a scavalcare senza problemi i rigori del tempo.
Complice un’opinione pubblica poco responsabilizzata sulla propria storia e un’attenzione internazionale concentrata sul ricordo e l’analisi degli orrori del nazismo hitleriano, la dittatura italiana è spesso scivolata in secondo piano nella rappresentazione dei regimi novecenteschi.
Invece di gustarsi le gioie della libertà ritrovata dopo il più lungo periodo di restrizioni dalla fine della seconda guerra mondiale, una fetta consistente degli intervistati si è insomma detta aperta alla possibilità che l’attuale sistema di garanzie democratiche sia sostituito da un uomo solo al comando.
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