Il Politecnico di Milano sale all'87° posto nel QS World University Rankings 2027, guadagnando 11 posizioni in un anno. La rettrice Donatella Sciuto attribuisce il risultato a una strategia decennale basata su internazionalizzazione, ricerca e collaborazione con il sistema produttivo.
Maria Elena Zanini La rettrice Sciuto: «La crescita del Politecnico di Milano nel QS World University Rankings 2027è il risultato di un percorso costruito nell'arco di dieci anni, fondato su internazionalizzazione, ricerca e collaborazione con il sistema produttivo»Il Politecnico di Milano vola ancora più in alto nel QS World University Rankings 2027 e firma un nuovo record: ottantasettesimo posto al mondo, 11 posizioni guadagnate in un anno e primato assoluto in Italia.
Dopo l’ingresso nella Top 100 dello scorso anno, l’Ateneo entra per la prima volta nella Top 90 globale e continua una scalata che, in dieci anni, racconta una trasformazione netta, come racconta anche Donatella Sciuto, rettrice dell’Ateneo milanese. Il Politecnico di Milano ha migliorato ancora il proprio posizionamento nei ranking internazionali. Qual è il significato di questo risultato?
«A distanza di un anno puntavamo innanzitutto a confermare il risultato raggiunto, ma siamo riusciti anche a migliorarlo, nonostante sia aumentato il numero di università analizzate. Ne siamo molto orgogliosi. È importante sottolineare che non si tratta del risultato degli ultimi anni, ma di un percorso iniziato circa dieci anni fa.
In questo periodo abbiamo guadagnato circa cento posizioni grazie a una strategia coerente portata avanti da più rettori, fondata sull'internazionalizzazione, sull'attrazione di docenti e studenti, sulle collaborazioni di ricerca e sulle pubblicazioni scientifiche. È un risultato che appartiene a tutta la comunità del Politecnico».
«Uno degli elementi fondamentali è stato sicuramente il percorso di internazionalizzazione. Abbiamo aperto tre nuove lauree triennali in lingua inglese tra Milano, Piacenza e Cremona per attrarre studenti internazionali già dal primo livello di studi. In passato l'offerta internazionale era concentrata soprattutto sulle lauree magistrali. Oggi soltanto il 2% degli studenti che scelgono di studiare all'estero viene in Italia.
Questo significa che esistono grandi margini di miglioramento sia per il sistema universitario italiano sia per il Politecnico. Nel nostro caso gli studenti internazionali rappresentano già il 25% del totale».
«Più che una scelta, è una necessità. Lo è per competere come università, ma anche come sistema Paese. Il tema demografico italiano avrà inevitabilmente conseguenze sul numero di studenti e dobbiamo essere pronti ad affrontarle.
Inoltre, l'Italia ha ancora un tasso di accesso all'università inferiore rispetto ad altri Paesi, quindi ci sono margini di crescita sia tra gli studenti italiani sia tra quelli stranieri. L'internazionalizzazione è fondamentale anche nella ricerca. Significa partecipare a grandi reti di collaborazione internazionale, lavorare con laboratori complementari ai nostri e contribuire alla crescita della qualità scientifica e della reputazione dell'ateneo». Nei ranking contano molto la reputazione accademica e quella presso i datori di lavoro.
Come si posiziona il Politecnico su questi aspetti?
«Sono entrambi indicatori molto rilevanti e otteniamo risultati particolarmente positivi. Naturalmente esistono ancora margini di miglioramento, ma il riconoscimento da parte della comunità accademica e delle imprese è sicuramente uno dei nostri punti di forza». Un altro indicatore in crescita è quello legato alla sostenibilità. Che cosa ha fatto il Politecnico in questo ambito?
«Dal 2023 abbiamo avviato un percorso strutturato di attenzione alla sostenibilità, sia all'interno dell'università sia nell'ambito della ricerca. In tre anni abbiamo guadagnato 141 posizioni in questo indicatore. È un segnale importante perché dimostra che il lavoro svolto viene riconosciuto anche a livello internazionale».
«Sì. Uno dei punti deboli riguarda il rapporto tra studenti e docenti, che è una criticità non solo del Politecnico ma dell'intero sistema universitario italiano. Un altro elemento su cui possiamo crescere è l'impatto delle pubblicazioni scientifiche misurato attraverso le citazioni. Il nostro approccio resta comunque quello di privilegiare la qualità della ricerca rispetto alla sola quantità».
Le vostre pubblicazioni hanno raccolto quasi 290 mila citazioni. Come si traduce questo impatto nella società e nel sistema produttivo?
«Per noi il rapporto con le aziende è nel Dna del Politecnico. Questo orientamento può anche penalizzare alcuni indicatori legati alla ricerca di base, perché lavoriamo molto sull'innovazione applicata e sul trasferimento tecnologico. Il nostro obiettivo è portare innovazione nelle imprese e contribuire alla loro competitività. In Italia questo percorso è ancora più difficile rispetto ad altri Paesi più avanzati, ma stiamo lavorando molto con le grandi aziende italiane.
Lo consideriamo anche una responsabilità nei confronti della competitività del sistema Paese».
«È cresciuto e continua a rafforzarsi. Sempre più imprese comprendono il valore della collaborazione con il mondo universitario e della ricerca come leva di sviluppo. C'è ancora strada da fare, ma la direzione è quella giusta».
«I nostri laureati sono molto apprezzati e non abbiamo particolari problemi di placement. La formazione ingegneristica italiana è riconosciuta anche all'estero perché è fortemente basata sul metodo. Non insegniamo soltanto una tecnologia specifica, ma un modo di affrontare e risolvere problemi complessi. È una competenza che accompagna gli ingegneri per tutta la loro vita professionale».
«Continueremo lungo la strada che abbiamo intrapreso. Non credo che faremo cose radicalmente diverse. I ranking non sono il nostro obiettivo, ma una conseguenza del lavoro svolto e uno strumento che ci aiuta ad attrarre studenti internazionali e a rafforzare la nostra reputazione. L'importante è continuare a migliorare».
Horizon Europe terminerà nel 2027. Quali sono le sue aspettative sul futuro dei finanziamenti europei alla ricerca?
«Le trattative sono ancora in corso. L'auspicio è che le risorse vengano incrementate, ma il contesto è complesso. Sarebbe però miope pensare di sostenere la competitività delle imprese senza investire nella ricerca. Le due dimensioni devono procedere insieme.
Le restrizioni esistono per tutti, ma è fondamentale mantenere entrambi i livelli di investimento». Uno degli aspetti più distintivi del Politecnico è la diversità internazionale degli studenti. Che cosa racconta questo dato?
«Abbiamo studenti provenienti da 143 Paesi e tutti i continenti sono rappresentati. È un dato che ci colloca tra le università migliori al mondo per diversità internazionale. Il Paese maggiormente rappresentato è la Cina. Questa pluralità di provenienze arricchisce enormemente l'esperienza formativa e la vita dell'ateneo».
«Sicuramente professori e ricercatori. Essendo un'università pubblica, siamo vincolati da livelli retributivi che spesso non sono competitivi rispetto a quelli offerti da altri Paesi. Per questo puntiamo molto sull'attrazione di giovani ricercatori attraverso programmi come le Marie Skłodowska-Curie, che permettono loro di lavorare qui per alcuni anni e, auspicabilmente, di costruire un legame duraturo con il Politecnico. Se dobbiamo competere per attrarre premi Nobel, oggi non siamo ancora nelle condizioni di farlo».
Politecnico Di Milano QS World University Rankings Classifica Universitaria Internazionalizzazione Donatella Sciuto
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