Il ricorso della procura generale di Palermo. Udienza decisiva in Cassazione
I carabinieri del Ros «avevano gli stessi obiettivi dei vertici mafiosi» con cui trattavano e Dell’Utri interloquiva con la mafia «in nome e per conto di Berlusconi, di cui è l’amico scomodo». Il monumentale processo sulla trattativa Stato-mafia, istruito dalla Procura di Palermo, arriva dopo 15 anni al suo atto finale in Cassazione. La materia è incandescente: i rapporti tra istituzioni e capimafia nel periodo delle stragi tra il 1992 e il 1994.
Secondo la Procura generale, L’iniziativa dei carabinieri era «non solo sciagurata ma anche eversiva». Dunque mafiosi e personaggi delle istituzioni «avevano lo stesso obiettivo» per cui è illegittima la distinzione delle posizioni – colpevoli i primi, innocenti i secondi – rispetto alla trattativa. Dell’Utri curava per l’amico Berlusconi la problematica dei rapporti con cosa nostra da numerosi anni»; è provato che incontrò almeno due volte il boss Mangano nel 1994; dunque «è illogico» sostenere che Dell’Utri potesse decidere in merito ai rapporti Berlusconi-mafia senza consultarlo.
La Procura insiste sul rapporto Berlusconi-Dell’Utri, «dando per scontato, sia pure per implicito, che al riguardo l’interlocuzione tra Berlusconi e Dell’Utri non poteva che essere diretta, riservata ed esclusiva, non potendo per ovvie ragioni un tale genere di argomenti essere delegati dall’aspirante leader politico e di governo ad altri se non al suo pluriennale ambasciatore presso cosa nostra».
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