'La vita è come il caffé', 'Ho il fisico tagliato': nove frasi che raccontano Zanardi

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'La vita è come il caffé', 'Ho il fisico tagliato': nove frasi che raccontano Zanardi
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L'ironia alla base di tutto, la fatica come mezzo di conquista: Zanardi stupiva anche con le parole.

La storia di Alex Zanardi si può raccontare in tanti modi. Offre spunti infiniti, si presta a mille angolazioni, e non esiste davvero un punto giusto da cui iniziare.

Si potrebbe partire dai numeri, straordinari, che raccontano una carriera, anzi due, entrambe fuori scala. Oppure si potrebbero usare le parole. Le sue. Perché dentro frasi e aneddoti che negli anni ci ha lasciato c’è tutto: il pilota, l’atleta, l’uomo.

Un essere umano, profondamente umano, che ha perso le gambe ma è stato capace di trovare molto di più. E allora forse il modo migliore per raccontare Zanardi è proprio questo: partire da quello che ha lasciato. Un modo diverso di guardare le cose La regola dei “cinque secondi” di Alex Zanardi sintetizza perfettamente il suo modo di vivere, il suo approccio alle cose.

Zanardi raccontava che nei momenti di massimo sforzo, quando sei convinto di non averne più, è proprio lì che si fa la differenza.

“Quante volte mi è successo di voler mollare, sfinito, pensando di essere molto più stanco degli avversari contro cui sto correndo. Allora mi dico: ancora cinque secondi, dai, cosa vuoi che siano. Chiudi gli occhi per lo sforzo, quasi ti fai del male per continuare a spingere… e poi, quando li riapri, ti accorgi che hanno mollato loro”. Vale per le gare, ma vale anche per la vita.

Crederci cinque secondi in più di chi si ferma.

“Quei momenti ci sono ovunque: nello sport, nel lavoro, negli affetti. Insomma, nella vita. Devi dirti: sono qui, ci provo”. Spiazza perché è sincera, detta senza retorica, quasi con gratitudine.

Nel 2001, al Lausitzring, Alex Zanardi perde entrambe le gambe in un incidente devastante.

“Quando mi sono svegliato senza gambe, ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”, dice. È da lì che Zanardi inizia a costruire la sua seconda vita: non guardando a ciò che aveva perso, ma a quello che poteva ancora diventare.

“La mia Olimpiade ho cominciato a vincerla nel letto d’ospedale, quando non ho perso tempo a chiedermi ‘perché a me? ’, ma ho iniziato a pensare: con quello che mi è rimasto cosa posso fare? Mi ha aiutato il mio essere curioso”. Accettare la realtà e ripartire da lì.

'Arrendersi' non ha mai fatto parte del suo vocabolario. Zanardi ha sempre rifiutato l’idea di restare fermo ad aspettare che le cose migliorassero da sole. Per lui servono movimento e iniziativa, anche quando è difficile. E con questo suo moto perpetuo, dalla velocità di una monoposto al sudore di maratone e Ironman, con la fatica che brucia le braccia sulla handbike, ha finito per ispirare un intero Paese.

'Spero che questi successi convincano qualche ragazzo disabile a uscire di casa, a riprendere a vivere attraverso lo sport. La vita è sempre degna di essere vissuta e lo sport offre possibilità incredibili per migliorare il proprio quotidiano e ritrovare motivazioni', così Zanardi dopo la vittoria alla Milano City Marathon.

Nel 2007 la Maratona di New York in handbike, la sua prima gara, che segna l’inizio pratico della sua seconda vita: Zanardi chiude quattordicesimo e apre la porta che darà il via alla sua carriera paralimpica. Un'idea che, fino a poco prima, gli sembrava fuori da ogni logica, ma che si rivela una traiettoria inattesa e potentissima: quattro ori tra Londra 2012 e Rio 2016, dodici titoli mondiali e 25 medaglie complessive.

'Così poche? Peccato, ho iniziato tardi...

', scherza Zanardi, con quella leggerezza diventata nel tempo una bussola. 'Credo che ognuno di noi tenda a guidare il proprio destino – spiegava – scegliendo quale orizzonte inseguire. Poi ogni tanto la vita decide per te… e lo fa anche con più fantasia. Se sai cavalcare quello che accade, magari riesci a trasformarlo in qualcosa di bello'.

Dieci anni dopo l’incidente che gli stravolge la vita, nel 2011, Zanardi torna a New York e vince la maratona. Nuoto, bici, maratona, tutto di fila, senza pause. L'Ironman è una prova estrema, dove più che il fisico conta la testa. E anche lì, come sempre, Zanardi ci arriva a modo suo.

Alla sua prima volta a Kona, alle Hawaii: 'Sentivo intorno diffidenza e preoccupazione. Mi chiedevano: obiettivo? Finire un secondo sotto le dieci ore. Sembrava follia'.

Zanardi terminò in 9 ore, 47 minuti e 12 secondi. Con anche un dettaglio non proprio secondario: gli squali. Una paura che accantona con la solita ironia. Sdrammatizzare, alleggerire e poi andare.

Sempre avanti. Nel settembre 2019 a Cervia, Zanardi ferma il cronometro a 8 ore, 25 minuti e 30 secondi, stabilendo il primato mondiale paralimpico in un Ironman. Eppure, ogni tanto, è capitato anche a Zanardi di mollare. Perché dietro le imprese da supereroe c’è un uomo, 'con debolezze e cadute, come chiunque'.

Gli succede poco dopo il rientro a casa dall’ospedale, dopo il primo incidente. Una giornata storta, in cui i problemi si accumulano: 'Mia moglie doveva essere operata il giorno dopo, mio figlio era piccolo e piangeva per una otite, mamma aveva l’influenza. Ho guardato il cielo e gli ho detto: adesso hai veramente rotto, se era una prova io mollo'. Sospirone.

Poi, il giorno dopo, le cose si sistemano: 'C’entrano bravi chirurghi e gli antibiotici, chiaro. Ma in quel momento non pensavo come un’opportunità ciò che era successo, come accadde poi. Ognuno ha un suo modo di percepire un problema, anche come insuperabile. Dio si occupi di loro.

Io lo guardo e lo ringrazio di quello che è stato e sarà'. Zanardi non ha mai raccontato la sua storia con toni pesanti. Anche quando parla del suo corpo, lo fa con leggerezza. Gli ha pur sempre consentito di fare sport, al centro, da sempre, dalla sua vita.

Il ciclismo non è il suo primo amore, ma quando arriva, diventa il suo nuovo centro gravitazionale. La handbike, 'una strana bici', la scopre quasi per caso, intravista sul tetto dell’auto di Vittorio Podestà mentre si giocano un parcheggio in un'area di sosta in autostrada. Quella bici “diversa”, lo incuriosisce, diventa presto 'una figata pazzesca': gli restituisce allenamento, competizione, la possibilità di spingersi sempre un po’ più in là. D'altronde: 'Ho il fisico tagliato per questo sport'.

La Formula 1, il suo primo amore. Mai davvero abbandonato, mai messo da parte. Rimane lì, un filo che non si spezza, vissuto sempre con passione e con quello spirito bolognese che lo ha sempre contraddistinto. Dopo una delle tante imprese di Lewis Hamilton, Zanardi se ne esce così: 'Che mi piacerebbe avere due piedi, non sorprenderà nessuno, ma tra due normali e uno solo di Lewis Hamilton, boia se mi accontenterei!

Fortissimo!

'. Chiudiamo così. Lo sport è l’essenza della vita di Zanardi. Non può farne a meno o va in astinenza.

Lo sport è rimettersi in moto ogni volta, misurarsi sempre, ma solo con se stessi: 'Non volevo dimostrare niente a nessuno, la sfida era soltanto con me stesso, ma se il mio esempio è servito a dare fiducia a qualcun altro, allora tanto meglio'.

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