Torno per la seconda volta a via Margutta. Dopo il ritratto del gallerista Fabrizio Russo oggi...
Torno per la seconda volta a via Margutta . Dopo il ritratto del gallerista Fabrizio Russo oggi è il turno di Sandro Fiorentini , professione marmoraro, depositario di una storia meravigliosa che non vedo l’ora di raccontare.
È sabato mattina, il giorno della Liberazione e via Margutta è ancora addormentata. Il silenzio, l’incanto dei palazzi, delle proporzioni, della vegetazione e della luce romana mi avvolgono. Un po’ nascosta sul muro di un cortile leggo la scritta “qui pure l’odore è giusto”. È esattamente così, via Margutta è “giusta” in maniera clamorosa.
Quando arrivo a metà della strada, Sandro Fiorentini mi sta aspettando nella sua piccola ma famosissima Bottega del Marmoraro. È uno spazio piccino con al centro un fascinoso caminetto; tutto intorno, centinaia di piccole opere in marmo con incise sopra frasi affascinanti di gusto romano e latino. Entrando, il colpo d’occhio è magico. Ed è magico il sorriso con il quale mi accoglie Sandro, nato a Roma nel 1954, cresciuto a Centocelle, spiritoso, intelligentissimo, colto, empatico.
LE ORIGINI Parla con un accento romano educato ma pieno di rimandi al vernacolo autentico della nostra città. Inizia subito a raccontarmi con naturalezza: «Tutto quello che sto per dirle nasce e proviene da un uomo speciale. Mio padre, Enrico Fiorentini, classe 1928. Da giovane, iniziò a lavorare come operaio in un cantiere.
Ma aveva una passione: il marmo. Una passione forte e un talento istintivo. Così, nel 1960, papà decise di cambiare vita. Aprì, come commerciante, un negozio di marmi in via dei Coronari.
Realizzava caminetti, sculture, decorazioni. Ma quando iniziò il restauro di Palazzo del Drago dove stava la sua bottega fu costretto a cambiare sede. Un amico gli segnalò la portineria di palazzo Ruspoli, in via Margutta, che era stata messa in affitto. Papà si trasferì qui.
Era il 1969. Da allora siamo ancora presenti in strada, sempre lavorando il marmo». La tradizione dei marmorari romani è antichissima. Erano divisi in varie corporazioni.
Tra di loro i famosi “Cosmati”. Sandro mi spiega: «Papà diventò addirittura presidente dell’antica Università dei Marmi Romani, dove si discuteva di scelte artistiche e di materiali. Lui non aveva studiato da marmorista, era un autodidatta, ma quel lavoro ce l’aveva nel sangue. Il conte Raniero Gnoli, fratello del pittore Gnoli, lo cita in un suo libro sul marmo come artigiano formidabile».
Sandro mi indica il caminetto della bottega: «Questo caminetto è la prima cosa che realizzò qui dentro. Tutte le mattine, quando entro, guardo il caminetto e penso a lui che ci ha lasciati nel 2010». Lo dice con una commovente punta malinconica. E io cambio discorso: «Lei quando ha iniziato questo lavoro?
». L'ESPERIENZA Sandro ritrova un sorriso bonario: «Mio padre mi fece studiare. Mi sono laureato in architettura. Ma non ho mai fatto l’architetto.
Volevo stare accanto a lui. E nel 1982 sono entrato in bottega. Sa come ho imparato il mestiere? Rubando con gli occhi, per cinquant’anni, il modo con il quale lavorava papà.
È stato facile. Lo guardavo, lo scrutavo. Sono entrato talmente in sintonia con lui che ero in grado, senza vederlo, di capire quale lettera delle nostre famose incisioni stava scalpellando. Ma ripensandoci oggi, credo che questo lavoro del marmo ce lo avevo dentro anche io.
Se il lavoro non ce l’hai dentro diventi solo un esecutore». Che grande verità. E quindi chiedo: «Come siete arrivati a scolpire frasi sul marmo che ancora vanno a ruba? ».
Sandro sorride: «Papà scolpiva queste frasi per divertimento. Poi un giorno una signora lo convinse a venderle. Lo fece. E fu la nostra fortuna.
Ne abbiamo realizzate centinaia e centinaia. Sono frasi lette, sentite, suggerite». Chiedo con curiosità: «La frase che lei preferisce? ».
Sandro ride: «Er tempo fugge ma ‘ndo cazzo va? ». Rido anche io. E lui continua con impeto: «Questa bottega è un luogo di aggregazione.
Tanti anni fa venivano a mangiare qui vicino al caminetto i pittori dell’epoca, Petrillo, Crescenzi, Caruso, Pino Zac. E venivano altri artisti. Peppino Patroni Griffi che abitava qui accanto. Novella Parigini.
Sono venuti Carla Fendi, Zeri, Sgarbi. Venivano i principi Ruspoli. Ancora oggi, all’una, chi vuole venire a mangiare da me è il benvenuto». Mentre parliamo passa il mio amico e grande medico Domenico Mascagni, abitante della strada.
Mi dice: «Sandro è l’uomo più buono del mondo». Passa il simpatico avvocato Mancuso che ha lo studio di fronte alla bottega Fiorentini. Passano gruppi di turisti e si fermano a fotografare il negozio. Sandro commenta: «Le guide si giocano ‘sto posto come se fosse la Cappella Sistina.
D’altronde siamo a via Margutta. La strada più bella del mondo, anche se non lo è, ma lo è. Sa cosa mi ha detto una volta il mio amico Mancuso? A via Margutta si resta immortali».
LA SCRITTA Fuori, in strada, viene a salutarci un gatto. Sandro mi racconta: «Accanto alla bottega c’è una scritta… Qui visse Matisse… Tutti pensano che sia il pittore. No era un gatto! ».
Ride. Via Margutta crocevia di arte e di piccole storie tenere. Alla fine chiedo: «Ma come è cambiata via Margutta? ».
Fiorenti sorride con una punta di amarezza: «Le rispondo così. Prima, certe mattine, facevo due passi in zona. Guardavo le vetrine dei negozi. Mi affascinava una scarpa, una borsa, un oggetto, un colore.
Oggi non più. Non ci sono più negozi per noi. Sono per i russi, i giapponesi. La globalizzazione ha ucciso la nostra identità.
Prima i romani erano spontanei e ci mettevano il cuore. Oggi si sono appiattiti. Stanno dimenticando le loro tradizioni». Si assenta un attimo e torna con in mano un curioso oggetto in marmo.
È un telefono cellulare con su scritto “Smartstone”. Ride entusiasta: «Questo l’ho fatto per sdrammatizzare l’innovazione selvaggia. Un cellulare che si riannoda al marmo che è il simbolo del tempo e della tradizione». Ripensando alla tradizione, non posso fare a meno di tornare con il pensiero al tempo in cui mio padre, Carlo ed io, e come noi tantissimi altri cineasti, frequentavamo il palazzo accanto a Fiorentini: la mitica CDS, stabilimento di doppiaggio, montaggio e mixage del grande cinema.
Un luogo simbolo della tradizione cinematografica romana. Anche quello cresciuto in via Margutta, a due passi dalla casa di Fellini. Un luogo, ahimè, oggi chiuso. E sull’onda di questa mia malinconia personale siamo arrivati ai saluti finali.
Gli chiedo con tenera sincerità, perché Sandro Fiorentini mi piace moltissimo: «Riesce a dirmi in poche parole qual è, oggi, il suo stato d’animo esistenziale? ». LA VISIONE E ancora una volta lui mi stupisce. Mi risponde citando a memoria dei versi di Trilussa incisi su una targa posta su un muro vicino a dove abitava, non lontano da piazza del Popolo.
Sandro recita i versi con un romano perfetto: «La strada è lunga ma il di più l’ho fatto/ so dove arrivo ma nun me pijo pena/ c’ho il core in pace e l’anima serena/ der savio che s’ammaschera da matto». L’avrei voluta scrivere io. Sì, che meraviglia Roma e certi suoi romani. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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