L’ex centravanti ricorda: 'Ho imparato a convivere con il pensiero di quella partita. L’Avvocato usò parole dolci con me. I tifosi dell’Atalanta mi chiamavano Pacio-gol'
Le etichette sono fastidiose: te le appiccicano sulla schiena e non vengono più via. Ma non serve tentare di staccarle: meglio ignorarle e seppellirle sotto le altre esperienze della vita.
Perfino nella scelta del vino l’etichetta può ingannare, figuriamoci nella storia di un uomo. Da 40 anni Marco Pacione convive con gli errori in Juve-Barcellona, quarti di finale di Coppa Campioni 1985-86. Ci convive serenamente, perché ha saputo rialzarsi in fretta e perché la sua carriera da giocatore e poi da dirigente è ricca di momenti emozionanti oltre che di cose belle. Marco, partiamo da quella notte.
Le ha rovinato la carriera?
“Un po’ sì. Qualcosa forse sarebbe cambiato. Ma non mi rimprovero nulla: ho sempre dato il massimo. Quando arrivai alla Juve ero considerato una promessa.
Nella vita di chiunque ci sono giornate in cui commetti degli errori e le cose vanno male. A me purtroppo è successo nell’occasione più importante. Tutta Italia era davanti alla tv, Juve-Barcellona era una partita bellissima”. Recap per i più giovani: 1-0 per il Barça all’andata, la Juve campione d’Europa e del mondo era la grande favorita del torneo.
Al ritorno finisce 1-1: sullo 0-0 lei ha due grandissime occasioni per segnare.
“La prima, soprattutto: Laudrup mi servì un bel pallone e io provai a colpire d’esterno. Il campo purtroppo non era bello, la palla rimbalzò male e sbagliai. Non cerco alibi, fu un mio errore. Sulla seconda occasione arrivai semplicemente in leggero ritardo sul cross da destra.
Poi, sempre nel primo tempo, il portiere del Barça fece una bella parata su un mio tiro al volo. Il vero dispiacere fu l’eliminazione”. Per quanto tempo ci pensò?
“Quella partita me la sono portata dentro a lungo. Anche se avessi voluto dimenticarla, la gente me la ricordava di continuo. E allora ho imparato a conviverci, con il rischio di esserne condizionato. Sono contento della mia reazione.
Contro il Barcellona giocai perché erano infortunati Serena e Briaschi, ma mi sentivo pronto. E per me è stato un grande orgoglio far parte di quella squadra piena di campioni dal punto di vista tecnico e umano”. Vinceste lo scudetto in volata con la Roma.
“E ci fu un momento in cui pensammo di averlo buttato. Poi alla penultima giornata noi battemmo il Milan e nel frattempo la Roma perdeva con il Lecce: leggevamo gli aggiornamenti sul tabellone dello stadio e non ci credevamo. Nello spogliatoio c’erano dei giganti: Platini, Cabrini, Scirea e tutti gli altri. Avevo un ottimo rapporto anche con Boniperti e Trapattoni”.
L’Avvocato Agnelli le disse mai qualcosa?
“Alla fine di quella stagione la Juve mi cedette al Verona. A quei tempi, prima delle partite, ci si riscaldava nei corridoi dello stadio, non in campo. E mentre mi preparavo per giocare a Torino contro la Juve, vidi arrivare da lontano l’Avvocato. Ero indeciso se disturbarlo per un saluto.
Fu lui a venirmi incontro: “Come sta, Pacione? ”.
“Bene, Avvocato, grazie”. “Sta andando bene nel Verona: è la conferma che con lei ci avevamo visto giusto”. Un bel pensiero, per nulla dovuto, che dimostra la grande sensibilità di quell’uomo”. Lei, per ringraziarlo, segnò una doppietta contro la Juve nella gara di ritorno.
“Provai una grande soddisfazione, ma solo perché all’epoca non era affatto facile fare due gol contro una grande squadra”. La Juve l’aveva presa dall’Atalanta, dove i tifosi la chiamavano Pacio-gol.
“I bergamaschi mi hanno voluto molto bene e sono legato a loro e al club. Mi invitano spesso, anche poco tempo fa all’inaugurazione del monumento dedicato alla vittoria in Europa League. Da ragazzo per tre anni e mezzo vissi nel convitto dell’Atalanta, la Casa del Giovane”. Ha smesso a 31 anni: troppo presto?
“Avevo problemi alle cartilagini delle anche. C’era la possibilità di giocare in Scozia ma fu meglio fermarsi. Io ero un attaccante molto fisico, facevo a sportellate, ero generoso. Però mi sono infortunato parecchie volte”.
Il Chievo cos’è stato?
“Un’esperienza meravigliosa, durata 26 anni. Ho avuto la fortuna di conoscere la famiglia Campedelli quando c’era ancora il papà di Luca e li ringrazierò sempre per avermi accolto e permesso di partecipare a un’avventura bellissima. L’emozione più intensa fu a San Siro, quando battemmo l’Inter di Ronaldo e Vieri e andammo in testa alla classifica. Poi abbiamo giocato i preliminari di Champions e la Coppa Uefa.
Diciassette anni di A e nove di B: una vita. Che porto con me ogni giorno”. Quanto ha sofferto il giorno in cui fu dichiarato il fallimento del Chievo?
“Tantissimo. E’ una ferita aperta, che non si rimarginerà mai. Il Chievo non meritava di finire così. Giocammo l’ultima partita a Venezia, nei playoff per la promozione in A: perdemmo 3-2 ai supplementari.
Poi ci fu impedita l’iscrizione. Qualcuno ha voluto che il Chievo morisse: si poteva evitare”. E se Campedelli coronasse il sogno di rientrare nel Chievo e riportarlo in alto?
“A me piacerebbe essere coinvolto. Il Chievo è una parte fondamentale della mia vita e io amo il calcio. In questa stagione ho fatto l’osservatore per alcuni amici. L’anno prossimo farò il ds di una squadra di Serie D. Quando sono vicino a un campo, mi viene la voglia di palleggiare, di tirare.
La mia vita è girata intorno al pallone e alla famiglia: mia moglie Esmeralda e nostro figlio Gianmarco. Il calcio era il sogno che avevo da bambino e che poi ho avuto la fortuna di realizzare mettendoci un impegno costante e infinito. Non dipende dalla maglia che indossi o dalla grandezza dello stadio in cui giochi. Ma da quello che senti dentro: passione viscerale”.
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