'Due mesetti in Val Gardena se pareggerà il Cesena': vent'anni senza l'inventore della schedina

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'Due mesetti in Val Gardena se pareggerà il Cesena': vent'anni senza l'inventore della schedina
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Massimo Della Pergola, giornalista ebreo della Gazzetta morto vent'anni fa, si inventò il Totocalcio tra le brande di un campo di internamento durante la guerra. Non immaginava che la sua invenzione avrebbe cambiato per sempre lo sport, il costume, la canzone e...

Vent’anni fa se ne andava Massimo Della Pergola, l’uomo che regalò agli italiani l'illusione che la vita si declinasse con l’1-X-2. A lui dobbiamo infatti l’invenzione della schedina del Totocalcio , gioco che - con tanti altri - vive nel lampo di un ricordo nella memoria collettiva.

Come spesso capita nello snodarsi di certe vite avventurose - quella di Della Pergola fu una vita da romanzo - il destino che gli avrebbe dato fama eterna se ne stava nascosto nel posto più impensabile, tra le brande del campo di internamento svizzero a Pont de la Monge, dove il giornalista - ebreo perseguitato dalle leggi razziali - aveva trovato riparo dopo la fuga da Trieste, la città dov’era nato. In quel 1943 - nell’Italia bombardata che si arrendeva alla storia - Delle Pergola, prigioniero matricola n.21915, ebbe l’intuizione di un futuro non previsto. Qualche anno dopo, con i soci Fabio Jegher e Geo Nolo, fondò la SISAL , ed ebbe dal Coni l’incarico di “attivare, organizzare e gestire i concorsi pronostici abbinati alle partite di calcio del campionato 1946-47”. Raccontò poi che all’1-X-2 ci era arrivato per gradi perché “1-2-3 mi sembrava un giochino da bambini, mentre A-B-C era troppo scolastico”. Nel maggio del 1946 Della Pergola e i suoi soci fecero così stampare oltre cinque milioni di schedine. Avevano esagerato con l’ottimismo. La prima schedina - con premi per l’11 e il 12 poiché il 13 sarebbe stato introdotto solo nel 1951 - costava trenta lire, quanto un caffè. Le giocate furono poco più di trentamila. Un fallimento su tutta la linea. I milioni di tagliandi inutilizzati finirono ai barbieri d’Italia, che li riciclarono per pulire le lame dei rasoi. Il successo arrivò un anno dopo, quando la schedina prese una popolarità non prevista. Grazie al presidente del Coni Giulio Onesti, che ottenne la gestione diretta del concorso, il Totocalcio divenne la chiave del finanziamento dello sport italiano. Ed entrò nella cultura pop, cambiando il costume degli italiani. Il fatidico 13 diventò così il sogno degli italiani. Si impose come rito, prese la forma del sogno declinato - come da dicitura - nelle tre parti: “La Figlia”, “Lo Spoglio”, “La Matrice”. Si faceva la schedina a casa, in cucina, da soli o con i familiari attorno, a scuola o in ufficio, tra colleghi con il “sistemone”, ragionando sulle partite tra sortilegio e profezia; si compilava l’1-X-2 nelle ricevitorie, al banco del bar, in piedi, con la tazzina del caffè a vigilare o seduti, dopo aver squadernato la Gazzetta dello Sport nella speranza di trovare un segnale, un indizio, un segreto. Il successo della schedina fu enorme. “Fare 13” è l’illusione di un pensionato nel film “La domenica della brava gente”, pellicola simbolo dei primi Anni 50, e Peppone in “Don Camillo” vince e spiega al prete che “giocare al Totocalcio non è un delitto” e si sente rispondere che “…giocare no, ma vincere sì: perché i soldi bisogna sudarseli”. Durante il boom economico il Totocalcio diventò un fenomeno di massa. “L’audace colpo dei soliti ignoti”, capitanata da Vittorio Gassman, “Er Pantera”, tenta l’assalto al furgone del Totocalcio. Negli anni 80 e 90 arrivò a distribuire tra i vincitori fino a mille miliardi di lire ad ogni stagione. “La schedina tra le dita/ può cambiare la tua vita”, cantava Toto Cutugno nella sigla iniziale - “Una domenica italiana” - di “Domenica In”, edizione 1987. La schedina entrò nei film, nelle canzoni, nei romanzi. Ci giocano Lino Banfi e Jerry Calà ne “Al bar dello sport”, così come Diego Abatantuono in “Eccezzziunale… veramente”, o Pippo Franco che sogna “una villa con piscina con doppi cessi…anzi triplici” e persino Bombolo che in “Squadra antitruffa” cerca di truffare il Totocalcio. Mentre Massimo Boldi in 'Tifosi' punta su 'Milan-Roma 1 fisso', poi è costretto a cambiare idea e passa la domenica sera nel dubbio: meglio se vince la suq squadra, il Milan, o meglio portare a casa un miliardo di lire con la vittoria della Roma? Ne Nell’album “sabato pomeriggio”, Claudio Baglioni - la canzone è “2-1-X” - canta di un tale che spera di vincere per regalare “un motorino per Maria” e per godersi “due mesetti in Val Gardena”, ma solo - eccola la rima - “se pareggerà il Cesena”. E pure Renato Zero ammonisce - in “Potrebbe essere Dio” - che non va bene se “Ti giochi Dio al Totocalcio”. E poi diventa nostalgia, con Cesare Cremonini che - “Lost in the week end” - canta di “un matto sulle scale” che “rimpiange “il Totocalcio, che era un gioco eccezionale”. E poi ci sono gli altri giochi. A metà anni 90 ecco il “Totogol”, con tre categorie di montepremi e il meccanismo del “jack-pot”: bravo chi riesce a indovinare le 8 partite che avranno il maggior numero di gol. E il “Totosei”, copiato dalla Svezia, dove bisogna azzeccare il risultato di 6 partite, offrendo la gamma di quattro possibilità. Ma ben presto si scopre che è il gioco più difficile perché statisticamente ha una possibilità su 16.777.216 di centrare il miglior risultato. Sempre in quel periodo venne diffuso anche un “Gratta e vinci” calcistico. Il primo nacque con il Mondiale di Usa 1994 e si chiamava “La Fortuna col Mundial”, anni dopo cambiò nome e divenne “Goal” e subito dopo ebbe un successo effimero “Partitissima”, dove venivano indicate “La tua squadra” e “Squadra avversaria” al centro di un campo da gioco con sei palloni da grattare. All’alba del 2000 il CONI introduce il “Totobingol” - abbinato a “Domenica in” - dove bisogna pronosticare il minuto primo in cui sono stati segnati i primi quattro gol e gli ultimi tre della domenica. In RAI, a Saxa Rubra, venne composto uno staff di quattordici cronometristi che dovevano individuare i minuti precisi dei gol. Una faticaccia. Che infatti durò poco.

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