Biagio Maglienti ci racconta la storia del 'Gorilla di Monza' Vittorio Brambilla
Il ‘Brambillone’, il ‘Vittorione’, oppure come lo chiamavano gli Inglesi, il ‘Gorilla di Monza’. Gli inglesi, proprio loro, lo temevano e non solo perché aveva il piede pesante, ma soprattutto perché nonostante la mole e l’acceleratore sempre tenuto a tavoletta, aveva una sensibilità di guida fuori dal comune.
Lui e suo fratello Tino erano conosciuti da tutti e non solo a Monza, dove vivevano, ma anche sui circuiti. Entrambi venivano dalle due ruote e forse per questo mostravano doti di sensibilità come pochi. Poi ad un certo punto Vittorio, il più giovane dei due fratelli, decise di dedicarsi alle quattro ruote e lì capimmo quanto realmente fosse tosto, non solo di carattere ma anche professionalmente. Erano entrambi piloti e meccanici. Avevano un’officina proprio all’ingresso di Monza e come la maggior parte dei monzesi furono anche loro investiti da quella strana ‘malattia’, magica contaminazione, che ossessiona gli abitanti vicino al mitico circuito. Al di fuori delle corse, la loro vita era una sfida continua, in moto o in auto. Il loro punto di ritrovo era quel bar chiamato “Il bar dei stupid”, dove nascevano delle deliranti promesse, scommesse, certami, insomma confronti accesi. Uno passato alla storia fu quello in moto con partenza da Monza e arrivo al mare, andata e ritorno in un tempo ben stabilito. Detto e fatto e il primo a presentarsi sul rettilineo di Monza fu Tino, che rovinosamente si infilò nella siepe a terra, per simulare l’esultanza, rompendosi una clavicola. A giorni avrebbe dovuto esordire sulla Ferrari, della quale era collaudatore, proprio sul circuito di casa. “Che mazzata”, mi raccontò Vittorio parlando di quell’episodio. Così come mi accennò nell’ultima intervista che rilasciò, prima di morire pochi giorni dopo per infarto nel giardino di casa sua tagliando l’erba del prato, ad un’altra scommessa al “bar dei stupid”, di quelle che non si possono dimenticare. “Dai facciamo qualcosa di eclatante che rimanga nella storia” disse qualcuno. E allora, in un misto tra leggenda e verità, pare che Tino suggerì: “Entriamo con il pullman in circuito e vedrai che tempone che ti faccio…”. Detto e fatto, presero indebitamente il pullman di linea dal deposito e si incamminarono verso il circuito. Ma la storia non finì lì. Passando dalle fermate decisero all’ultimo di caricare la gente e così, quando il mezzo fu quasi pieno, entrarono in circuito. I più li conoscevano e quando varcarono il cancello furono entusiasti dell’operazione, gli altri erano atterriti. Il tempo sul giro fu eccellente, non so se rispecchiasse le aspettative. L’imprevisto però fu il cordolo della Variante, che si sbriciolò sotto il peso del bus e lo mise di traverso. Oggi verrebbero arrestati, allora finì tutto con qualche impreco, molte risate e alcune pacche sulle spalle. Il “bar dei stupid” aveva colpito ancora. Ma in quel bar l’eco della vittoria di Vittorio echeggiò a lungo. Il successo del ‘Gorilla di Monza’ arrivò su di un circuito terrificante, il vecchio Zeltweg. Un tracciato pericolosissimo, dove morirono nel 1975 Mark Donohue e Manfred Shaller, proprio alla mattina, durante il warm-up, prima della cavalcata di Vittorio sotto la bandiera a scacchi. Mark aveva anche lui una March e nell’incidente, a seguito di una foratura, rimasero coinvolti anche un direttore di pista e un’altra persona che però si salvò. I due piloti morirono dopo qualche giorno in ospedale a Graz, dove furono portati. Splendeva il sole durante quel warm-up, ma a breve sarebbe scesa una valangata d’acqua che avrebbe in qualche modo messo tutti, piloti e macchine, sullo stesso piano per disputare la gara. Gara che vide il Vittorio di Monza passare le altre monoposto come se fossero ferme. Lui sul bagnato ci sapeva fare e quella era l’occasione della sua vita. Occasione che sfruttò appieno, anche se non avrebbe potuto non metterci la firma su quella vittoria. Infatti, gli sventolarono la bandiera a scacchi sul naso e lui che fece? Staccò le mani dal volante per esultare a braccia alzate e si stampò contro i pneumatici a bordo pista. Non si fece nulla, anzi distrutta la sua MarchBeta fu la giusta occasione per portarsi a casa l’alettone mezzo rotto e appenderlo in bella mostra in autofficina. Proprio dove volle fare l’intervista, la sua ultima intervista, con il suo bel faccione ancora sporco di grasso dopo aver tirato giù un motore di un’Alfa Romeo e avermi fatto vedere il gigantesco trofeo di quella mitica, magica e dannata Zeltweg 1975. “Sono momenti che non si dimenticano” mi disse con suo solito modo di fare da ‘gorilla’. In realtà sei tu Vittorio che non puoi essere e mai potrai essere dimenticato.
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