Monitorate 676 campagne di raccolta fondi per combattere il coronavirus: i portali che ospitano le collette trattengono anche il 10% delle offerte. L’inchiesta della start-up BeHonest.
Alla fine c’è persino chi ci guadagna. La grande solidarietà degli italiani, quella che ha unito benestanti in grado di donare cifre a molti zeri a chi invece può offrire soltanto pochi euro, per qualcuno sta diventando un vero business. Un grande affare, direttamente proporzionale alla quantità di denaro raccolto per la lotta al coronavirus.
I numeri sono quelli che contano. Nel pieno della pandemia BeHonest ha monitorato 676 raccolte, tutte con un obiettivo diverso, organizzate da liberi cittadini, ma anche da alcuni vip, e da associazioni pre-esistenti. Le regioni sono coinvolte più o meno tutte, perché la generosità è stata contagiosa quanto il coronavirus. Nella cassaforte delle collette finite sotto la lente d’ingrandimento degli analisti sono già transitati oltre 14 milioni di euro.
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Tre amici scrivono il vocabolario per salvare il dialetto garessino - La StampaNUCETTO (CUNEO). «Il nostro dialetto, come molti altri, sta purtroppo morendo e in un tempo forse non lontano scomparirà. Già fin d’ora sono pochi i ragazzi che lo parlano e pochissimi i bambini. È per mantenerlo in vita ancora un po’, per prolungare un po’ la sua agonia, e anche perché di esso resti qualcosa di scritto, che abbiamo deciso di compilare questo dizionario». Romano Nicolino è un maestro in pensione. Ha insegnato a generazioni di ragazzi dell’Alta Valle Tanaro. Quella «scavata» dal fiume, dalla sorgente alla pianura di Ceva. Della vallata conosce tutti i segreti, le storie e i personaggi. Ma soprattutto la lingua. Ed è con questa passione che ha coinvolto due amici nell’impresa di codificare in un vocabolario le parole del dialetto garessino (da Garessio, paese del Cuneese). Missione «riuscita», perché il dizionario (con l’Araba Fenice di Boves) è in stampa in questi giorni. «Sono originario di Nucetto - spiega Nicolino, 82 anni -, ma da più di mezzo secolo abito a Garessio. Mi è sempre piaciuto scrivere in dialetto, ma a Nucetto si parla diverso e mi scappavano errori non essendoci un modello. Così ho portato le prime stesure da correggere a un garessino doc e siamo partiti. Senza pretese, con il desiderio di salvare qualcosa della lingua servita ai nostri avi per comunicare». Con lui ha lavorato Rodolfo Pelagatti, insegnante elementare in pensione, appassionato di ciclismo, podismo e montagna, che ha curato «in modo particolare la grammatica e la grafia». E Piero Camelia, amante del teatro e attore della filodrammatica locale Excelsior, «momentaneamente in prestito alla letteratura». Il terzetto si è incontrato per 65 serate, puntualmente il lunedì, dalle 20.30 alla mezzanotte, e ha trascritto le 8000 parole dal dialetto all’italiano e viceversa. «Un lavoro non semplice - conclude Romano Nicolino -, perché il garessino aveva una grafia non ancora codificata, con tanti accenti e suoni da rendere per iscritto». Perché? Le lingue dell’Alta Valle Tanaro s
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